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Cass. civ. Sez. I, Sent., 26-03-2009, n. 7298 Forma scritta necessaria ad substantiam del contratto in cui sia parte la Pubblica Amministrazione. Inesistenza di rapporti giuridici in caso di mancata sottoscrizione di accordo.

 Cass. civ. Sez. I, Sent., 26-03-2009, n. 7298
    


REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LUCCIOLI Maria Gabriella - Presidente

Dott. CECCHERINI Aldo - Consigliere

Dott. BERNABAI Renato - Consigliere

Dott. DOGLIOTTI Massimo - Consigliere

Dott. PANZANI Luciano - rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

COMUNE DI GUIDONIA MONTECELIO, in persona del Sindaco pro tempore dr. L.F., elettivamente domiciliato in Roma, via Chiovenda 106, presso l'avv. FIORE MAURO, che lo rappresenta e difende con l'avv. Giovanni Mascioli giusta delega in atti;

- ricorrente -

contro

P.M., elettivamente domiciliato in Roma, via Tacito 23, presso l'avv. Graziano De Giovanni, rappresentato e difeso dall'avv. COLATEI AUGUSTO giusta delega in atti;

- controricorrente ricorrente incidentale -

avverso la sentenza della Corte d'appello di Roma n. 2570/04 del 31.5.2004;

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 16/2/09 dal Relatore Cons. Dott. Luciano Panzani;

Udito l'avv. Mascioli per il Comune ricorrente principale, che ha concluso per l'accoglimento del ricorso principale ed il rigetto del ricorso incidentale;

Udito l'avv. E. Del Prato, sostituto processuale del controricorrente e ricorrente incidentale, che ha concluso per il rigetto del ricorso principale e l'accoglimento del ricorso incidentale;

Udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. DESTRO Carlo, che ha concluso per l'accoglimento del ricorso principale, assorbito l'incidentale.
    
Svolgimento del processo

Il Comune di Guidonia Montecelio proponeva opposizione al decreto ingiuntivo del Pretore di Roma - Tivoli del 14.9.98 che gli aveva intimato il pagamento alla ditta P.M. della somma di L. 26.110.888 per lavori effettuati, ammessi con delibera del 1991 al riconoscimento dei debiti fuori bilancio.

Rilevava il Comune che difettava un valido titolo contrattuale consacrato nella forma scritta prescritta ad substantiam per i contratti posti in essere dalla P.A. e che, in ogni caso, il 30.4.1993 era stato dichiarato lo stato di dissesto del Comune, con la conseguenza che ai sensi del D.Lgs. n. 77 del 1995, art. 81, non spettavano al creditore gli interessi e la rivalutazione dalla data di declaratoria del dissesto. Si costituiva in giudizio l'opposto concludendo per il rigetto dell'opposizione.

Il Tribunale di Roma, sezione distaccata di Tivoli, succeduto al Pretore, in accoglimento parziale dell'opposizione, revocava il decreto opposto nella parte in cui riconosceva interessi e rivalutazione monetaria in epoca successiva al 30.4.1993.

La Corte di appello di Roma con sentenza del 31.5.2004 respingeva sia l'appello principale del P. che quello incidentale del Comune. Riteneva che la mancanza di contratto stipulato per iscritto potesse considerarsi superata dalla Delib. n. 706 del 1991, prodotta dall'attore, da cui risultavano non soltanto l'affidamento dei lavori al P. da parte della Giunta comunale, ma anche le clausole contrattuali, le modalità di esecuzione dei lavori ed i compensi, oltre che l'esistenza della copertura finanziaria e l'avvenuta approvazione da parte degli organi di controllo. La delibera in questione conteneva, in ogni caso, un valido riconoscimento di debito nei confronti dell'appaltatore.

Per quanto concerneva invece il credito relativo ad interessi e rivalutazione la Corte di merito riteneva che (ai sensi del D.Lgs. n. 336 del 1996, art. 81, comma 4, in pendenza della procedura di dissesto i debiti insoluti del Comune non producessero interessi nè fossero rivalutabili. Alla luce dell'interpretazione della norma data dalla Corte costituzionale con la sentenza 269/98 si trattava di inesigibilità temporanea, collegata al dissesto, sino al rientro in bonis dell'ente, che avveniva con l'approvazione del rendiconto della gestione dell'organo straordinario di liquidazione ai sensi del D.Lgs. n. 77 del 1995, art. 89. La chiusura del dissesto era legata all'approvazione ministeriale del rendiconto, nella specie non avvenuta, sì che interessi e rivalutazione dovevano ritenersi ancora cristallizzati.

Avverso la sentenza ricorre per cassazione il Comune di Guidonia Montecelio articolando due motivi, cui resiste con controricorso il P.. Questi ha proposto separato ricorso avverso la sentenza, formulando un unico motivo, cui resiste con controricorso il Comune.

Con provvedimento del Presidente della Sezione è stata disposta la riunione dei ricorsi.

Il Comune ha depositato memoria.

    
Motivi della decisione

1. Va premesso che a seguito dell'avvenuta proposizione di ricorso da entrambe le parti avverso la sentenza della Corte di appello di Roma, entrambi in termini, ma dei quali quello del P. è stato notificato per secondo, quest'ultimo deve essere considerato alla stregua di ricorso incidentale.

Con il primo motivo del suo ricorso il Comune di Guidonia deduce violazione degli artt. 1418, 1325 e 1423 c.c., R.D. 18 novembre 1923, n. 2440, artt. 16 e 17, nonchè difetto e contraddittorietà di motivazione.

La sentenza della Corte di appello è errata per non aver accolto l'eccezione del Comune di nullità del contratto per difetto di forma scritta ad substantiam trattandosi di contratto stipulato dalla P.A., per il quale il difetto di forma non può essere supplito da altro mezzo di prova o dal comportamento delle parti che abbiano implicitamente od esplicitamente ammesso l'esistenza del diritto. La Delib. n. 706 del 1991, richiamata in motivazione, sarebbe atto interno procedimentale propedeutico, comunque inidoneo a surrogare la forma scritta.

Con il secondo motivo il Comune deduce violazione dell'art. 1988 c.c., in relazione agli artt. 1325, 1350 e 1418 c.c., del D.Lgs. n. 267 del 2000, artt. 193 e 194, (già D.Lgs. n. 77 del 1995, artt. 36 e 37) nonchè difetto ed illogicità della motivazione.

Lamenta che la Corte di appello abbia ritenuto che la Delib. consiliare n. 706 del 1991, potesse costituire riconoscimento di debito. Osserva che nella specie non ricorrono i requisiti prescritti dal D.Lgs. n. 267 del 2000, artt. 193 e 194, disciplinanti la procedura ricognitiva del debito,che presuppone le forme tipiche ivi previste oltre che l'accertamento dell'utiliter coeptum.

Aggiunge che la ricognizione di debito, la cui fonte sia un negozio nullo, è comunque improduttiva di effetti giuridici, rivestendo la stipula del contratto valore costitutivo del rapporto giuridico inter partes.

Nella specie, comunque, il P. aveva proposto azione contrattuale e non domanda di arricchimento ingiustificato.

2. Con l'unico motivo del ricorso incidentale il P. deduce violazione del D.Lgs. 25 febbraio 1995, n. 77, art. 81, D.Lgs. 11 giugno 1996, n. 336, art. 28, D.Lgs. 18 agosto 2000, n. 267, artt. 248 e 256, nonchè difetto ed insufficienza della motivazione.

Il D.Lgs. n. 267 del 2000, art. 248, che ha sostituito la precedente disciplina introdotta dal D.Lgs. n. 77 del 1995, come modificata dal D.Lgs. n. 336 del 1996, stabilisce che dalla data della deliberazione dello stato di dissesto e sino all'approvazione del rendiconto di cui all'art. 256, del decreto legislativo i debiti insoluti non producono più interessi nè sono soggetti a rivalutazione monetaria. La Corte costituzionale con la sentenza 269/98 e l'ordinanza 353/98, nel dichiarare infondata la questione di legittimità costituzionale del D.Lgs. 25 marzo 1997, n. 77, art. 81, comma 4, (Ordinamento finanziario e contabile degli enti locali), modificato dal D.Lgs. 11 giugno 1996, n. 336, art. 21, (Disposizioni correttive del D.Lgs. 25 febbraio 1995, n. 77, in materia di ordinamento finanziario e contabile degli enti locali), ha affermato che gli interessi e la rivalutazione sono soltanto temporaneamente inesigibili durante la procedura di risanamento, sino al rientro in bonis dell'ente pubblico, che avviene con l'approvazione del rendiconto della gestione dell'organo straordinario di liquidazione. Il debito pertanto era inesigibile, ma non inesistente, e l'inesigibilità non poteva durare per più di 24 mesi, decorsi i quali l'organo straordinario di liquidazione aveva il dovere di liquidare la massa passiva anche relativamente al credito del P.. Il decreto ingiuntivo pertanto non poteva essere revocato per questa parte perchè costituiva titolo ricognitivo del credito, ferma restando l'inesigibilità temporanea.

3. Il primo ed il secondo motivo del ricorso principale sono connessi e possono pertanto essere esaminati congiuntamente. Essi sono fondati.

Il contratto stipulato da un'Amministrazione pubblica deve essere redatto, a pena di nullità, in forma scritta, ed è a questo fine irrilevante l'esistenza di una deliberazione dell'organo collegiale dell'ente pubblico che abbia autorizzato la stipulazione del contratto, ove tale deliberazione non si sia tradotta in un unico atto contrattuale coevamente sottoscritto dal rappresentante esterno dell'ente e dal privato, da cui possa desumersi la concreta instaurazione del rapporto con le indispensabili determinazioni in ordine alla prestazione da svolgersi e al compenso da corrispondersi.


Tali principi sono stati enunciati da una giurisprudenza più che consolidata di questa Corte regolatrice (cfr. ex multis Cass. 22.5.2006, n. 11930; Cass. 18.4.2006, n. 8950; Cass. 26.1.2006, n. 1702; Cass. 24.11.2005, n. 24826; Cass. 7.10.2005, n. 19638) alla stregua della quale deve ribadirsi, ulteriormente, che, al di fuori delle eccezioni espressamente previste dalla legge (contratti conclusi a distanza con ditte commerciali), quando ne sia parte committente una Pubblica Amministrazione, e pur ove questa agisca iure privatorum, è richiesta, in ottemperanza al disposto del R.D. 18 novembre 1923, n. 2440, artt. 16 e 17, la forma scritta ad substantiam, che è strumento di garanzia del regolare svolgimento dell'attività amministrativa nell'interesse sia del cittadino, costituendo remora ad arbitri, sia della collettività, agevolando l'espletamento della funzione di controllo, ed è, quindi, espressione dei principi di imparzialità e buon andamento della Pubblica Amministrazione posti dall'art. 97 Cost.. Il contratto deve, quindi, tradursi, a pena di nullità, nella redazione di un apposito documento, recante la sottoscrizione del privato e del titolare dell'organo investito del potere di rappresentare l'ente interessato nei confronti dei terzi, dal quale possa desumersi la concreta instaurazione del rapporto con le indispensabili determinazioni in ordine alla prestazione da rendere e al compenso da corrispondere. Di conseguenza, in mancanza di detto documento contrattuale, ai fini d'una valida conclusione del contratto rimane del tutto irrilevante l'esistenza di una deliberazione con la quale l'organo collegiale dell'ente si sia pronunciato in ordine alla stipulazione del contratto, in quanto detta deliberazione non costituisce una proposta contrattuale, ma un atto con efficacia interna all'ente, che, almeno per quanto qui interessa, ha solo natura autorizzatoria e quale unico destinatario il diverso organo legittimato a esprimere la volontà all'esterno.

La legge sulla contabilità generale dello Stato, richiamata dalle norme in tema di contratti degli enti locali, consente che, ferma restando la forma scritta, il contratto possa essere concluso a distanza, a mezzo di corrispondenza, quando esso intercorra con ditte commerciali (R.D. 18 novembre 1923, n. 2240, art. 17, richiamato dal R.D. 3 marzo 1934, n. 383, art. 87); ma detta ipotesi costituisce una deroga rispetto non soltanto alla regola contenuta nel precedente art. 16, ma anche a quella posta dallo stesso art. 17 per cui "i contratti a trattativa privata, oltre che in forma pubblica amministrativa nel modo indicato al precedente art. 16, possono anche stipularsi per mezzo di scrittura privata firmata dall'offerente e dal funzionario rappresentante l'amministrazione". Essa, pertanto, non è prospettabile a sua volta come regola generale, nel senso che in qualsiasi contratto della P.A. la forma scritta ad substantiam debba ritenersi osservata anche quando il consenso si formi in base a atti scritti successivi atteggiantisi come proposta e accettazione tra assenti, ma è invocatale soltanto in quei negozi in cui, per esigenze di praticità, la definizione del contenuto dell'accordo è rimessa agli usi commerciali.

Tra tali contratti non rientra quello di appalto di opere pubbliche, per il quale, attesa anche la necessità di accordi specifici e complessi, deve escludersi, salvo futura espressa previsione normativa in tal senso, che il consenso possa formarsi sulla base di scritti successivi atteggiantisi come proposta e accettazione fra assenti (Cass. 3.1.2001, n. 59). Invero il conferimento di appalti di opere pubbliche (analogamente a quanto questa Corte ha statuito per quello di incarichi professionali), anche tenendo conto dell'eccezionaiità del ricorso al sistema della trattativa privata da parte dell'ente pubblico, postula accordi specifici e complessi, che richiedono la definizione dei vari aspetti del rapporto (tempi, compensi corrispondenti agli impegni di spesa assunti dall'ente, direttive), soprattutto al fine di rendere possibili i controlli istituzionali dell'autorità tutoria. Per cui, per tali contratti non solo deve escludersi che la manifestazione di volontà delle parti possa essere implicita o desumibile da comportamenti meramente attuativi, ma deve ritenersi che, salvo le ipotesi in cui specifiche norme lo consentano, il contratto deve essere consacrato in un unico documento nel quale siano specificamente indicate le clausole disciplinanti il rapporto; ed in cui, soprattutto, la volontà della P.A. di concludere il negozio venga manifestata alla controparte dall'organo rappresentativo esterno dell'ente, che è il solo abilitato a stipulare in nome e per conto di questo, e ad essere perciò munito dei poteri necessari per vincolare l'Amministrazione per la quale si obbliga, altrimenti determinandosi la nullità del contratto (art. 1418 c.c., comma 2, e art. 1325 c.c., n. 1).

Va poi aggiunto che, contrariamente all'assunto del controricorrente, la volontà di obbligarsi della P.A. non può dedursi per implicito da singoli atti (la fatturazione di forniture o l'avvenuta esecuzione della prestazione asseritamente dedotta in contratto), dovendo essere manifestata nelle forme, necessariamente rigide, richieste dalla legge, tra cui la forma scritta "ad substantiam", anche in caso di rinnovo o di proroga del contratto, con la conseguenza che, qualora non sopravvenga la formale stipulazione, il privato fornitore non può far valere alcuna responsabilità per della controparte, derivando l'invalidità del negozio da disposizioni generali, da presumersi note agli interessati, che escludono l'affidamento incolpevole della parte adempiente, fatta salva, ovviamente, l'azione di arricchimento in caso di provata "utilitas" della prestazione in favore della P.A. (Cass. 27.7.2004, n. 14099; Cass. 12.5.1995, n. 5179).

La Corte di appello ha affermato che la Delib. Comune 19 luglio 1991, conteneva un pieno riconoscimento del debito nei confronti dell'appaltatore, sì che la pretesa da questi) vantata ben poteva fondarsi anche soltanto su tale riconoscimento.

Palese è la violazione di legge insita in tale affermazione.

Questa Corte, con costante giurisprudenza, ha infatti affermato che "il riconoscimento, da parte dei comuni, province o comunità montane, di debiti fuori bilancio, ai sensi del D.L. 2 marzo 1989, n. 66, art. 24, (conv., con modif., nella L. 24 aprile 1989, n. 144) e del D.L. 12 gennaio 1991, n. 6, art. 12 bis, (conv., con modif., nella L. 15 marzo 1991, n. 80), rientra in un regime provvisorio che consente di far salvi gli impegni di spesa in precedenza assunti senza copertura contabile, ma non innova in alcun modo alla disciplina che regolamenta la stipula dei contratti da parte della P.A., nè introduce una sanatoria per i contratti eventualmente nulli o comunque invalidi; sicchè il predetto riconoscimento presuppone necessariamente l'esistenza di un'obbligazione validamente assunta dall'ente locale, anche se sprovvista di copertura finanziaria, e non può costituire esso stesso fonte di obbligazione (Cass. 25.5.2005, n. 11021; Cass. 18.11.2008, n. 27406).

Tale principio può essere applicato anche al caso di specie, rimanendo assorbita la diversa questione, sollevata dalla difesa del Comune ricorrente, se la Delib. n. 706 del 1991, avesse o meno i requisiti per essere considerata valido riconoscimento di debito. Anche dando per ammessa tale ultima circostanza, infatti, resta che, come detto, il riconoscimento di debito presuppone un'obbligazione valida, requisito che difetta nel caso in esame.

4. Il ricorso incidentale del P., che verte sul credito relativo ad interessi e rivalutazione, è assorbito.

La sentenza impugnata va cassata e, poichè non occorrono ulteriori accertamenti in fatto, questa Corte può pronunciare nel merito, accogliendo l'opposizione proposta dal Comune e revocando il decreto opposto.

Le spese seguono la soccombenza e vanno poste a carico del P., liquidate per il giudizio di primo grado, in assenza di nota spese, in Euro 1.000,00, per onorari, 500,00, per diritti e 100,00, per esborsi e dunque in complessivi Euro 1.600,00, e per il giudizio di appello, sempre in assenza di nota spese, in Euro 1.300,00, per onorari, 600,00 per diritti, 100,00 per esborsi e dunque in complessivi Euro 2.000,00, oltre accessori di legge. Per il giudizio di cassazione le spese vanno liquidate in Euro 1.700,00, di cui Euro 1.500,00 per onorari, oltre spese generali ed accessorie come per legge.

    
P.Q.M.

La Corte, accoglie il ricorso principale, assorbito l'incidentale; cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, accoglie l'opposizione e revoca il decreto ingiuntivo opposto; condanna il controricorrente alle spese, che liquida per il giudizio di primo grado in Euro 1.000,00, per onorari, 500,00, per diritti e 100,00, per esborsi e dunque in complessivi Euro 1.600,00; per il giudizio di appello in Euro 1.300,00, per onorari, 600,00, per diritti, 100,00, per esborsi e dunque in complessivi Euro 2.000,00, oltre accessori di legge; per il giudizio di cassazione in Euro 1.700,00, di cui Euro 1.500,00, per onorari, oltre spese generali ed accessorie come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 16 febbraio 2009.

Depositato in Cancelleria il 26 marzo 2009

Consiglio Stato Ad.Plen. Sent. 10/2005. Elezioni amministtrative e regionali. Impossibile immediata autonoma impugnazione del provvedimento di ammissione o esclusione delle liste elettorali.

                         REPUBBLICA ITALIANA                         
                     IN NOME DEL POPOLO ITALIANO                     
            IL CONSIGLIO DI STATO IN SEDE GIURISDIZIONALE            
                         (ADUNANZA PLENARIA)                         
ha pronunciato la seguente                                           
                              DECISIONE                              
sul  ricorso  in  appello  n.  11/2005  dell'Adunanza  Plenaria   (n.
1127/2002 del Consiglio di giustizia amministrativa  per  la  Regione
siciliana), proposto da SANTAGATI  STEFANO,  rappresentato  e  difeso
dagli avvocati Salvatore Cittadino e Andrea Scuderi, ed elettivamente
domiciliato in Roma presso lo studio dell'avv. Antonio Giuffrida, via
Gregorio VII, n. 396;                                                
                               contro                                
il  COMUNE  DI  MISTERBIANCO,  in  persona  del  Sindaco  in  carica,
rappresentato e difeso dall'avv.  Giuseppe  Barone,  domiciliato  per
legge presso la Segreteria del Consiglio di Stato;                   
il MINISTERO DELL'INTERNO, la COMMISSIONE ELETTORALE CIRCONDARIALE DI
CATANIA e l'UFFICIO CENTRALE PER L'ELEZIONE DIRETTA DEL SINDACO E DEL
CONSIGLIO COMUNALE DI MISTERBIANCO, in persona dei rispettivi  legali
rappresentanti in  carica,  rappresentati  e  difesi  dall'Avvocatura
generale dello Stato, negli uffici delle quali  sono  domiciliati  in
Roma, Via dei Portoghesi n. 12;                                      
                         e nei confronti di                          
CARUSO ANTONINA, rappresentata e difesa dall'avv. Pietro Paterniti La
Via, domiciliata per legge presso  la  Segreteria  del  Consiglio  di
Stato;                                                               
PELLEGRINO  ORAZIO,  rappresentato  e   difeso    dall'avv.    Nicolò
D'Alessandro,  domiciliato  per  legge  presso  la  Segreteria    del
Consiglio di Stato;                                                  
PELLEGRINO CARMELO, PRESENTATORI DELLE LISTE N. 3 E N. 12  CHE  HANNO
PARTECIPATO ALLE CONSULTAZIONI ELETTORALI, LUCA MARCO, BONANNO  SANTO
NATALE, LICCIARDELLO ANTONINO,  MARCHESE  ANTONINO,  GAROZZO  NUNZIO,
D'ALESSANDRO  SALVATORE,  LA  PIANA  MASSIMO,  D'ANTONE    FRANCESCO,
LUCIDANO GIUSEPPE, BIUSO ANTONIO, TORRE  FRANCESCO,  REINA  GIUSEPPE,
SANTONOCITO ANTONINO, GIACCONE GIAMBATTISTA, GRASSO GIUSEPPE,  FULVIO
NUNZIO, GUARNACCIA  ANGELO,  CARUSO  CARMELO,  MAUGERI  MICHELANGELO,
PALMERI PASQUALE, PANEPINTO  ORAZIO,  SANTAPAOLA  CARMELO,  ABBADESSA
NICOLA, FINOCCHIARO  PIETRO,  MAUGERI  GIUSEPPE,  BORZÌ  LUCIANO,  DI
PIETRO VITTORIO, RIOLO DOMENICO, ROTELLA MASSIMO, BUZZANCA MARIA  A.,
L'ACQUA BENEDETTO, GALASSO FRANCESCO, GUARNACCIA  EDUARDO  CARLO,  LO
MANNO SALVATORE, ATTINÀ ADALGISA, L'ACQUA GIUSEPPE e  CARCIONE  NINA,
non costituiti in giudizio;                                          
                         per l'annullamento                          
della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per la  Sicilia
, n. 1386 del 31 luglio 2002;                                        
Visto il ricorso in appello;                                         
visti  gli  atti  di  costituzione  in  giudizio  del    Comune    di
Misterbianco,  del  Ministero   dell'interno,    della    Commissione
Elettorale Circondariale  di  Catania  e  dell'Ufficio  Centrale  per
l'elezione  diretta  del  Sindaco  e  del  Consiglio   Comunale    di
Misterbianco, nonché di Caruso Carmela e di Pellegrino Orazio;       
vista l'ordinanza n. 202/2005, in data 11 aprile 2005, del  Consiglio
di Giustizia Amministrativa per la  Regione  Siciliana,  con  cui  la
causa è stata rimessa all'esame dell'Adunanza Plenaria delle  Sezioni
giurisdizionali del Consiglio di Stato;                              
viste le memorie prodotte dalle parti  a  sostegno  delle  rispettive
difese;                                                              
relatore alla pubblica udienza del 14 novembre  2005  il  consigliere
Pier Luigi Lodi e  uditi,  per  le  parti,  gli  avvocati  Cittadino,
Scuderi, Barone, Paterniti La Via, D'Alessandro;                     
visti gli atti tutti della causa;                                    
ritenuto e considerato quanto segue:                                 

FATTO
Con ricorso al T.A.R. della Sicilia, Sezione di Catania, depositato il 1° luglio 2002, l'ing. Stefano Santagati, quale candidato alle elezioni alla carica di Sindaco del Comune di Misterbianco e quale cittadino elettore del medesimo Comune, ha chiesto l'annullamento delle operazioni elettorali conclusesi con l'atto di proclamazione a Sindaco della signora Antonina Caruso, in data 1° giugno 2002, e con l'atto di proclamazione dei trenta consiglieri, in data 24 giugno 2002.
Il ricorrente lamentava, in particolare, l'illegittima partecipazione alla competizione elettorale della lista denominata "UDEUR", per la mancata sottoscrizione dell'autenticazione delle firme dei 498 elettori presentatori, e delle liste denominate "Insieme per Misterbianco" e "Movimento Italiano Democratico", per la mancanza del numero minimo di 400 firme valide di presentatori, in quanto molte delle firme stesse sarebbero false, essendo state apposte da persone diverse da quelle identificate in sede di autenticazione.
Con sentenza n. 1386/02 del 31 luglio 2002, il Tribunale adìto ha dichiarato irricevibile il ricorso, in quanto depositato oltre il termine di trenta giorni decorrente dalla data di conoscenza degli atti lesivi o, al più tardi, da quella di svolgimento delle votazioni (26 maggio 2002), nella quale tale conoscenza si è necessariamente verificata.
L'ing. Santagati ha proposto ricorso in appello al Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione siciliana deducendo, con unico motivo di gravame, erronea applicazione dell'art. 83/11 del T.U. di cui al d.P.R. n. 16 maggio 1960, n. 570, e degli artt. 21 e 22 della legge 6 dicembre 1971, n. 1034, erronea valutazione dei presupposti e tempestività dell'originario ricorso in primo grado.
Si sono costituiti per resistere in giudizio il Comune di Misterbianco, le Amministrazioni indicate in epigrafe, rappresentate dalla Avvocatura dello Stato, il Sindaco eletto Antonina Caruso e il signor Orazio Pellegrino, presentatore della lista "Insieme per Misterbianco". Da parte del Comune e degli menzionati controinteressati vengono anche prospettati ulteriori profili di inammissibilità, sia dell'originario ricorso che dell'appello, con particolare riguardo: a) al difetto di giurisdizione del giudice adìto, trattandosi di controversia vertente nella sostanza sul diritto di elettorato passivo delle tre liste di cui si invoca l'esclusione; b) all'incompatibilità delle due vesti - di candidato Sindaco e di cittadino elettore - in cui il ricorrente dichiara di agire, con conseguente non univocità dell'interesse fatto valere in giudizio; c) alla genericità delle censure dedotte.
Inoltre, le difese del Comune e della signora Caruso hanno eccepito l'improcedibilità del gravame per sopravvenuto difetto di interesse, atteso che nelle more dell'appello il ricorrente è stato rinviato a giudizio innanzi al Tribunale di Catania per un reato commesso nell'esercizio delle funzioni di Sindaco dallo stesso in passato rivestite, e che in tale procedimento penale il Comune di Misterbianco si è costituito parte civile, con conseguente insorgenza della situazione di incompatibilità per lite pendente specificamente prevista dagli artt. 3, comma 2, della legge regionale 26 agosto 1992, n. 7, e 10, n. 4, della legge regionale 24 giugno 1986, n. 31.
A sua volta la difesa di parte appellante, dopo aver invocato in subordine la concessione del beneficio dell'errore scusabile, ha prodotto in giudizio copia della sentenza del Tribunale penale di Catania in data 28 aprile 2004, n. 1605/04, con la quale è stato dichiarato estinto, per intervenuta oblazione, il reato relativo alla falsità delle firme di presentazione delle due liste sopra ricordate e delle relative autenticazioni, assumendo che in presenza di tale pronuncia, implicante l'accertamento delle falsità denunziate, si renderebbe superflua la proposizione della querela di falso.
Con ordinanza n. 202/05 dell'11 aprile 2005, il Consiglio di giustizia amministrativa, tenuto conto degli opposti orientamenti giurisprudenziali registratisi al riguardo, ha ritenuto opportuno devolvere all'esame dell'Adunanza plenaria del Consiglio di Stato la questione pregiudiziale relativa alla tardività, o meno, dell'impugnazione proposta nei confronti delle operazioni elettorali concernenti l'ammissione di liste di candidati entro il termine di trenta giorni dalla data di proclamazione degli eletti, ovvero, in base alla prospettazione logicamente subordinata di parte appellante, entro il termine ordinario di sessanta giorni dalla data in cui l'interessato ne abbia avuto piena conoscenza. Si è in tal modo devoluto all'Adunanza plenaria pure l'eventuale esame delle ulteriori eccezioni pregiudiziali sollevate dalle difese delle parti resistenti, nonché dei motivi di merito dedotti con il ricorso introduttivo, anche in relazione alla necessità, o meno, di disporre la sospensione del giudizio per la proposizione di querela di falso.
In vista dell'udienza pubblica le parti, con memorie, hanno riproposto le rispettive tesi. La difesa del ricorrente ha ribadito ancora l'illegittimità dell'ammissione di tutte e tre le liste contestate sotto l'ulteriore profilo che i loro sottoscrittori hanno apposto la firma su moduli separati di presentazione, recanti soltanto il contrassegno di lista e non anche l'elenco nominativo dei candidati.
A quest'ultimo proposito, in sede di discussione orale del ricorso, il difensore della controinteressata ha sollevato eccezione di inammissibilità di detta censura, trattandosi di deduzione nuova da parte del ricorrente in primo grado.
La causa è passata in decisione all'udienza pubblica del 14 novembre 2005 e, al termine della camera di consiglio in pari data, la parte dispositiva è stata immediatamente letta dal Presidente, ai sensi dell'art. 83/11, quarto comma, del citato T.U. n. 570 del 1960.

DIRITTO
1. - In primo luogo deve essere esaminata l'eccezione di difetto di giurisdizione del Giudice amministrativo, sollevata dalle difese dei resistenti sul presupposto che, trattandosi di vertenza riguardante la partecipazione alla competizione elettorale di liste di candidati già regolarmente ammesse, si porrebbe in discussione lo stesso esercizio del diritto di elettorato passivo dei candidati delle liste in questione.
Giova rammentare che, ai sensi dell'art. 82, primo comma, del Testo unico delle leggi per la composizione e la elezione degli organi delle Amministrazioni comunali, di cui al d.P.R. 16 maggio 1960, n. 570, e successive modificazioni e integrazioni, sono attribuite alla cognizione del Giudice ordinario le deliberazioni in materia di "eleggibilità" adottate dai competenti organi amministrativi. Ai sensi del successivo art. 83/11, primo comma, dello stesso Testo unico, sono devolute al Giudice amministrativo le impugnative contro le operazioni elettorali.
Come rilevato dalla giurisprudenza vi è, dunque, un netto discrimine tra la giurisdizione ordinaria e quella amministrativa, spettando alla prima le controversie concernenti la ineleggibilità, le decadenze e le incompatibilità, ossia le questioni che vertono su diritti soggettivi perfetti.
Alla giurisdizione amministrativa restano affidate, invece, tutte le decisioni relative all'annullamento degli atti amministrativi attinenti alle operazioni elettorali, nell'ambito delle quali sono ricomprese anche le deliberazioni dei competenti uffici elettorali in ordine all'ammissione o ricusazione dei candidati e dei relativi simboli (cfr. da ultimo: Cass. Civ. SS.UU. 29 luglio 2003, n. 11646; 12 marzo 2003, n. 3601; 22 gennaio 2002, n. 717; Cons. Stato, Sez. V, 3 novembre 2001, n. 5695).
Ciò detto deve rilevarsi che nel caso di specie non vi è alcuna determinazione rivolta specificamente a contestare il diritto di elettorato passivo di singoli candidati, individualmente considerati, in quanto l'oggetto del contendere va propriamente individuato nei provvedimenti di ammissione al procedimento elettorale di liste di candidati che, secondo l'assunto del ricorrente, dovevano essere invece escluse dalle elezioni. In altri termini, da parte del ricorrente si chiede l'annullamento di determinazioni amministrative chiaramente attinenti alle operazioni per le elezioni indicate dall'art. 83/11, primo comma del citato Testo unico n. 570 del 1960.
Deve concludersi, pertanto, nel senso della sussistenza della giurisdizione del Giudice amministrativo in ordine alla causa in esame.
2. - Ugualmente infondata appare l'ulteriore eccezione pregiudiziale di inammissibilità del gravame, sollevata in relazione alla circostanza che il gravame stesso risulta proposto dal ricorrente nella qualità sia di candidato sindaco che di elettore del Comune di Misterbianco.
Secondo i resistenti tale duplice veste potrebbe comportare un conflitto di interessi poiché, da un lato, si agirebbe per ottenere a proprio vantaggio la correzione del risultato elettorale, mentre, dall'altro lato, si verterebbe nell'esercizio di un'azione popolare, nell'interesse pubblico alla legittimità dei risultati elettorali. A sostegno di tale assunto si richiama una precedente pronuncia di questo Consiglio che ha escluso l'ammissibilità di ricorsi collettivi in mancanza di univocità dell'interesse fatto valere dai proponenti (Cons. Stato, Sez. V, 17 maggio 1997, n. 521).
Per quanto riguarda la pronuncia ora citata, il Collegio rileva che si trattava in effetti di una fattispecie di ricorso collettivo, in quanto proposto da una pluralità di soggetti, ed i principi in essa affermati non appaiano, pertanto, logicamente estensibili al caso in esame, in cui il gravame è stato proposto, sia pure sulla base di un doppio titolo di legittimazione, da un unico soggetto.
In proposito sembra opportuno sottolineare che, in realtà, in sede di contestazione dei risultati elettorali, costituisce vicenda del tutto normale che i ricorrenti agiscano in giudizio nella duplice veste di elettore e di candidato, ritenendosi che i titoli di legittimazione vantati dai ricorrenti stessi non siano suscettibili di vicendevole elisione ma, semmai, di reciproca integrazione, risultando comunque sufficiente a dare l'ingresso al giudizio l'interesse di cui il soggetto sia portatore in una sola delle qualità possedute (cfr. Cons. Stato, Sez. V, 18 marzo 2002, n. 1565; 23 agosto 2000, n. 4586).
3. - Deve ora procedersi all'esame della questione principale per la quale l'affare è stato devoluto alla Adunanza plenaria dal Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione siciliana, con ordinanza n. 202/05 dell'11 aprile 2005. Tale questione, ampiamente illustrata in detta ordinanza, riguarda in concreto i problemi posti dalla immediata impugnabilità degli atti endoprocedimentali del procedimento elettorale e dalle eventuali modalità e dei termini di simili impugnative.
3.1. - È opportuno rammentare preliminarmente le disposizioni dettate dal già citato art. 83/11 del T.U. n. 570 del 1960 (introdotto dall'art. 2 della legge 23 dicembre 1966, n. 1147 le cui norme di carattere procedurale sono tuttora vigenti in quanto richiamate dall'art. 19 dalla legge 6 dicembre 1971, n. 1034) che stabiliscono quanto segue: "Contro le operazioni per l'elezione dei consiglieri comunali successive alla emanazione del decreto di convocazione dei comizi, qualsiasi cittadino elettore del Comune, o chiunque altro vi abbia diretto interesse, può proporre impugnativa davanti alla sezione per il contenzioso elettorale (ora: al Tribunale amministrativo regionale - n.d.r.) con ricorso che deve essere depositato nella segreteria entro il termine di giorni trenta dalla proclamazione degli eletti".
3.2. - La giurisprudenza, in sede di applicazione di tali disposizioni, ha originariamente preso atto del chiaro tenore della norma secondo cui l'impugnativa avverso le operazioni elettorali deve fare riferimento all'atto conclusivo del relativo procedimento, ossia all'atto di proclamazione degli eletti, dalla adozione del quale decorre il termine abbreviato di trenta giorni per la proposizione dell'impugnativa.
Al riguardo si è in particolare osservato che il procedimento per il rinnovo dei Consigli comunali (come del resto ogni consultazione elettorale) ha una struttura composita del tutto peculiare, in quanto articolato in una serie di sub procedimenti, nei quali intervengono vari organi operanti secondo una rigida successione di atti ed una precisa ripartizione dei poteri in modo tale che, salvo ipotesi eccezionali tassivamente previste, ciascun organo provvede alla parte di sua competenza in via definitiva, senza che l'organo chiamato successivamente possa rivedere o riesaminare o modificarne le delibere o i risultati accertati in precedenza. Si è ritenuto, pertanto, che in presenza di una sequenza così articolata, imperniata su un predeterminato sistema di garanzie, con la rigida successione di atti di più organi operanti a scadenze prefissate, non sarebbe compatibile una impugnativa autonoma di atti preparatori, anche se direttamente lesivi (quale è la esclusione di un candidato da una lista), in quanto gli atti stessi, se viziati e invalidanti in via derivata la proclamazione degli eletti, dovrebbero essere gravati unitamente a quest'ultimo atto, che costituisce il momento centrale della complessa procedura elettorale. La deroga al principio generale, secondo cui gli atti preparatori possono essere immediatamente impugnati ove siano suscettibili di concreta e diretta attuazione, con conseguenti effetti lesivi autonomi, è stata, quindi, giustificata mediante la considerazione che il sistema elettorale non può tollerare segmentazioni e interruzioni se non a pena di frustrare il raggiungimento dello scopo voluto dal legislatore, ossia di consentire lo svolgimento della consultazione alla data stabilita con il decreto di convocazione dei comizi (v. Cons. Stato, Sez. V, 7 marzo 1986, n. 156; 27 agosto 1971, n. 745).
3.3. - Successivamente, peraltro, pur facendosi riferimento ai principi sopra denunciati, la giurisprudenza ha ritenuto di dare determinante rilievo all'esigenza, ritenuta evidentemente di carattere prioritario e preminente, di accordare immediata tutela a situazioni connotate da aspetti di immediata lesività, quali quelle relative alle esclusioni di liste o alle esclusioni di candidati dalle liste, ovvero anche a quelle relative alla ammissione di determinate liste alla competizione elettorale (Cons. Stato, Sez. V, 3 aprile 1990, n. 322).
Si è così venuto a formare un orientamento giurisprudenziale in base al quale si è ribadito in ripetute occasioni che, seppure i ricorsi in materia elettorale devono essere proposti, di norma, contro l'atto finale della complessa sequenza procedimentale, e cioè contro la proclamazione degli eletti, non poteva trascurarsi la possibilità di immediata impugnazione degli atti autonomamente lesivi, quale quello di esclusione di una lista, "tenuto conto dei più recenti indirizzi giurisprudenziali" (cfr. Cons. Stato, Sez. V, 15 febbraio 1994, n. 92; e inoltre, tra le tante: Ad. Plen. 24 luglio 1997, n. 15; Sez. V, 18 giugno 2001, n. 3212).
Da parte di detta giurisprudenza si è sottolineato il carattere facoltativo di simili impugnative, nei confronti degli atti endoprocedimentali ritenuti immediatamente lesivi, affermandosi nel contempo la necessità della successiva impugnazione anche dell'atto di proclamazione degli eletti, a pena di improcedibilità del ricorso originario, atteso che l'eventuale riconoscimento della illegittimità degli atti endoprocedimentali (quale quello di ammissione di una determinata lista) non comporta di per sé automatici effetti caducatori dei successivi atti del procedimento, ma soltanto la possibilità di annullamento, per illegittimità derivata, degli atti di proclamazione degli eletti (cfr. Cons. Stato, Sez. V, 28 gennaio 2005, n. 187; 3 febbraio 1999, n. 116).
3.4. - Su tale filone giurisprudenziale sè è, poi, innestato un indirizzo interpretativo che, sul presupposto della impugnabilità immediata degli atti endoprocedimentali ritenuti lesivi, ha ritenuto coerente che per tali impugnative dovesse valere il surrichiamato termine decadenziale abbreviato, di trenta giorni, applicabile in via generale per la materia elettorale.
È questo l'orientamento seguito dal T.A.R. per la Sicilia - Sezione di Catania - che con l'appellata sentenza n. 1386/02 del 31 luglio 2002 ha dichiarato irricevibile il ricorso dell'odierno appellante - proposto per l'annullamento delle operazioni elettorali per l'elezione del Sindaco e del Consiglio Comunale di Misterbianco, svoltesi nei giorni 26 e 27 maggio 2002 - atteso che il ricorso stesso era stato depositato il 1° luglio 2002, e quindi dopo la scadenza del termine di trenta giorni decorrente dalla data di conoscenza degli atti lesivi (partecipazione alla competizione elettorale di tre liste che si assume dovessero essere escluse), data riconducibile al più tardi a quella di svolgimento delle votazioni, ossia al giorno 26 maggio 2002.
A questa conclusione il Giudice di prime cure è pervenuto nell'ottica di un maggior soddisfacimento dell'interesse pubblico, particolarmente rilevante in materia elettorale, al fine di evitare che lo stesso sia tutelato "secundum esitum suffragii", alimentando la riserva mentale di proporre ricorso nel caso in cui la consultazione elettorale dovesse concludersi con un esito sfavorevole. A sostegno della decisione il detto Giudice richiama recenti pronunce di alcuni Tribunali amministrativi (ma su questa linea si trovano anche altre pronunce del Giudice di appello: v. Cons. Stato, Sez. V, 3 marzo 2005, n. 835; 11 giugno 2003, n. 3303).
3.5. - L'Adunanza plenaria deve osservare, anzitutto, che la soluzione prospettata in prime cure appare in effetti contrastante con la lettera e la ratio della più volte richiamata norma di cui all'art. 83/11, primo comma, del T.U. N. 570 del 1960, individuando, oltretutto, in via meramente interpretativa un nuovo termine di impugnazione, ponendo in tal modo in discussione il principio di perentorietà del termine stabilito dalla legge, che costituisce un elemento-cardine dell'intero sistema di giustizia amministrativa (cfr. la decisione dello stesso C.G.A. 4 aprile 2005, n. 185).
Secondo quanto si è già sopra ricordato, la giurisprudenza ha puntualizzato che il procedimento elettorale di cui si tratta, caratterizzato dalla celerità dei relativi adempimenti - pur se strutturato in una serie di sub procedimenti, nei quali sono chiamati a pronunciarsi vari organi e adottate diverse deliberazioni - è stato considerato dal legislatore in una prospettiva unitaria, in vista dell'esigenza primaria di consentire lo svolgimento della consultazione della data stabilita. Tale volontà legislativa, chiaramente espressa dalla norma, appare adeguatamente giustificata pure tenendo conto della eventuale lesività di atti intermedi del procedimento, risultando comunque pienamente tutelata, mediante l'impugnazione dell'atto finale del procedimento, la posizione dei soggetti che da tali atti intermedi si ritengano lesi, come si vedrà meglio più oltre.
D'altronde, in presenza di una disposizione legislativa che stabilisce in modo inequivoco che contro tutte le operazioni elettorali l'impugnativa va proposta in un termine perentorio abbreviato, decorrente dalla proclamazione degli eletti, è evidente che in sede applicativa della norma non può individuarsi un diverso termine di decorrenza da quello espressamente indicato, a meno di non voler ritenere (come opinato, in via subordinata, dal ricorrente) che per gli atti endoprocedimentali trovi applicazione l'ordinario termine di impugnazione di sessanta giorni, tesi anch'essa palesemente contrastante, tuttavia, con la lettera della norma, che non pone in realtà alcuna limitazione per l'impugnazione delle operazioni elettorali congiuntamente all'atto conclusivo del procedimento elettorale.
3.6. - Tanto premesso, l'Adunanza plenaria è dell'avviso che, contrariamente a quanto postulato dalla più recente giurisprudenza in materia, debba essere esclusa la possibilità di impugnazione, anche prima della proclamazione degli eletti, di tutti gli atti endoprocedimentali riguardanti le operazioni per le elezioni comunali. E ciò non solo per le già accennate esigenze di rispetto della lettera e dello spirito della norma ma anche in considerazione di ulteriori elementi, come di seguito precisato.
3.7. - In via preliminare è opportuno sottolineare che la non impugnabilità immediata di atti aventi effetti sicuramente lesivi (quali quelli di esclusione dal procedimento elettorale), con conseguente improponibilità anche di eventuali misure cautelari, non appare contrastante con il principio, affermato dalla Corte costituzionale (v. sentenza 27 dicembre 1974, n. 284), secondo cui il potere di sospensione dell'esecuzione dell'atto amministrativo è un elemento connaturale del sistema di tutela giurisdizionale. Questo perché nella fattispecie in discorso non si prospetta una esclusione o una limitazione dell'area di esercizio del potere medesimo, ma si stabilisce soltanto un criterio di accorpamento di tutte le impugnative riferibili allo stesso procedimento elettorale, ragionevolmente giustificato - a quanto si è visto - dall'intendimento del legislatore di consentire lo svolgimento della consultazione nel termine stabilito, spesso corrispondente a quello riguardante altri analoghi procedimenti, per evidenti ragioni di concentrazione dell'impegno politico ed amministrativo richiesto per le tornate elettorali.
Né può ritenersi che la possibilità di accordare misure cautelari con riguardo agli atti endoprocedimentali (ad esempio: ammettendo liste escluse o escludendo liste ammesse) possa rappresentare un mezzo efficace per scongiurare il pericolo di successivo annullamento dell'intero procedimento elettorale, poiché bisogna ricordare, invece, che si tratta pur sempre di strumenti con efficacia provvisoria, in attesa di una definitiva pronuncia sul merito; inoltre, in relazione ai tempi tecnici occorrenti appare inverosimile, e comunque del tutto eccezionale, la eventualità che intervenga un giudicato prima della conclusione delle operazioni elettorali.
3.8. - Né sembra porre alcun problema la circostanza, paventata dal giudice di primo grado, che dopo la proclamazione degli eletti l'interesse del ricorrente venga tutelato in relazione ai risultati elettorali poiché, da un lato, va ribadito che i ricorsi elettorali, proposti dal cittadino elettore, risultano rivolti al mero soddisfacimento di un interesse pubblico, e, dall'altro lato che la scelta di concentrazione delle impugnative effettuata dal legislatore sembra, appunto, rispondente anche all'esigenza di evitare la proposizione di eventuali impugnative meramente strumentali e propagandistiche.
A tale riguardo è opportuno aggiungere che il legislatore, dopo aver delineato una procedura improntata a criteri di accentuate garanzie di imparzialità e di obiettività, ha affidato i compiti più delicati ad organi collegiali quale la Commissione elettorale mandamentale e l'Ufficio elettorale, nell'ambito delle quali sono chiamati ad operare magistrati e funzionari di alto livello, in base a quanto previsto, rispettivamente, dall'art. 18 della legge 6 ottobre 1947, n. 1058, e dall'art. 20 del T.U. n. 570 del 1960. Anche in considerazione di tali garanzie, dunque, il legislatore sembra aver volutamente escluso la possibilità di intervento e di coinvolgimento del potere giudiziario, prima dell'atto finale delle elezioni, in questioni connotate da caratteri eminentemente politici. Ciò per ragioni facilmente intuibili, ossia perché, da una parte, il rigore delle norme procedimentali risulterebbe adeguato ad assicurare con sufficiente certezza la regolarità del procedimento; e, dall'altra parte, perché l'intervento prematuro degli organi giurisdizionali potrebbe provocare, oltre ad una eccessiva risonanza delle vicende in contestazione, anche artificiose iniziative finalizzate alla strumentalizzazione di eventuali provvedimenti cautelari favorevoli (si pensi, ad esempio, all'ipotesi che una determinata lista venga ammessa, con riserva, a partecipare alle elezioni e che, dopo l'esito negativo delle stesse, i soggetti interessati rinuncino al ricorso, con conseguente possibilità di vanificare il risultato elettorale).
In ogni caso, contrariamente a quanto sostenuto dagli appellati, non appare sostenibile l'assunto secondo cui l'immediata impugnabilità degli atti endoprocedimentali garantirebbe la efficacia e la economicità del procedimento elettorale, assicurando il vantaggio della certezza e della stabilità dei relativi risultati. Anzitutto, come opportunamente segnalato dalla difesa del ricorrente, seppure l'ammissione di una lista può apparire in astratto pregiudizievole rispetto all'interesse del candidato sindaco appartenente ad altre lista, deve rammentarsi che, con il meccanismo del voto disgiunto, gli elettori possono esprimere la loro preferenza anche per un candidato sindaco diverso da quello al quale è collegata da lista per cui essi hanno votato, con la conseguenza che l'interesse a ricorrere può essere effettivamente verificato soltanto all'esito finale delle elezioni. Ma, a parte ciò, deve ribadirsi che, in realtà, la concentrazione di tutte le impugnative, in un momento successivo alle elezioni, appare in grado di salvaguardare maggiormente i valori richiamati dai predetti resistenti, restando in questo maniera precluse le iniziative meramente strumentali che, in facile elusione degli invocati principi di buona fede e di correttezza, potrebbero dare àdito più agevolmente a manovre distorsive ed accordi fraudolenti per falsare l'andamento delle votazioni.
3.9. - Da quanto si è esposto emerge la erroneità dell'appellata sentenza di primo grado che ha dichiarato irricevibile il gravame, nonostante che fosse stato proposto nel prescritto termini di 30 giorni decorrente dalla data della proclamazione degli eletti.
4. - La ricevibilità del ricorso comporta la necessità di esame, nel merito, delle censure dedotte dall'interessato il quale, come accennato sopra, lamenta la illegittima partecipazione alla competizione elettorale di tre liste, assumendo che per la prima ("UDEUR") mancherebbe la sottoscrizione dell'autenticazione delle firme dei 498 lettori presentatori; mentre per le altre due ("Insieme per Misterbianco" e "Movimento Italiano Democratico") buona parte delle firme dei presentatori sarebbero false, in quanto apposte da persone diverse da quelle identificate in sede di autenticazione, con conseguente riduzione del numero delle firme validamente apposte al di sotto della soglia minima di 400, richiesta dall'art. 7, comma 1, lettera c), della legge regionale 26 agosto 1992, n. 7, ai fini della ammissione delle liste alla competizione elettorale.
4.1. - A quest'ultimo proposito l'interessato fa presente che il procedimento penale attivato per la falsità delle anzidette sottoscrizioni si è concluso con la sentenza del Tribunale penale di Catania 28 aprile 2004, n. 605, con cui è stata dichiarata l'estinzione del reato di falso in liste elettorali, essendo intervenuta l'oblazione ai sensi della legge 2 marzo 2004, n. 61, che ha trasformato in reato contravvenzionale il delitto di falso in parola. Da ciò il medesimo interessato vorrebbe desumere una implicita ammissione di colpevolezza da parte degli imputati, con la conseguenza che, allo stato, ai fini della decisione in ordine alla illegittimità dei risultati elettorali, non si renderebbe necessario alcun ulteriore accertamento.
4.2. - L'assunto del ricorrente è infondato poiché, come puntualmente replicato dalla controinteressata, trattasi di sentenza pronunciata ai sensi dell'art. 162-bis del c.p. prima dell'apertura del dibattimento e non può far stato nel processo civile o amministrativo, nei quali fanno stato solo le sentenze penali irrevocabili pronunciate in seguito a dibattimento, secondo quanto espressamente stabilito dall'art. 652 c.p.c..
4.3. - Ciò posto, il Collegio deve rilevare che la asserita falsità delle firme in questione non è stata accertata nei modi previsti dalla legge.
Poiché la prova di detta falsità deve essere fornita dal ricorrente, il Collegio deve disporre la sospensione del presente giudizio fissando, nel contempo, ai sensi dell'articolo 41 del R.D. 17 agosto 1907, n. 642, il termine di 90 giorni per la proposizione della querela di falso, da parte il medesimo interessato, innanzi al Tribunale competente.
5. - Resta conseguentemente riservata ogni ulteriore statuizione sul rito, sul merito e sulle spese, ivi compresa quella in ordine alla sollevata eccezione di improcedibilità, da esaminarsi alla luce della situazione di fatto e di diritto esistente al momento della decisione definitiva del gravame.
6. - Da ultimo l'Adunanza plenaria ritiene di dover ribadire la necessità dell'applicazione anche nella sede del giudizio di appello, non essendo prevista alcuna deroga in proposito, delle disposizioni contenute nel quarto comma del più volte richiamato art. 83/11 del T.U. N. 570 del 1960, secondo cui la parte dispositiva della decisione in materia di elezioni è letta immediatamente all'udienza pubblica dal Presidente.
In tal senso, pertanto, si è proceduto anche nel caso in cui si tratta.
P.Q.M.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Adunanza Plenaria), pronunciando sul ricorso in appello meglio specificato in epigrafe:
- definisce in senso affermativo la questione relativa alla giurisdizione del Giudice amministrativo in ordine alla causa in esame;
- dichiara ammissibile l'impugnativa proposta dal ricorrente in primo grado sia in veste di candidato che di cittadino elettore;
- dichiara ricevibile il ricorso proposto in primo grado;
- sospende il giudizio per consentire la eventuale proposizione, da parte del medesimo ricorrente, della querela di falso relativamente alle firme dei presentatori delle liste "Insieme per Misterbianco" e "Movimento Italiano Democratico", assegnando a tal fine al medesimo ricorrente il termine di giorni 90 (novanta) dalla comunicazione della presente pronuncia;
- riserva ogni ulteriore statuizione sul rito, sul merito e sulle spese, ivi compresa quella in ordine alla sollevata eccezione di improcedibilità, da esaminarsi alla luce della situazione di fatto e di diritto esistente al momento della decisione definitiva del gravame.
Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'Autorità amministrativa.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 14 novembre 2005, con la partecipazione di:
Alberto de Roberto - Presidente del Consiglio di Stato
Mario Egidio Schinaia - Presidente di Sezione
Paolo Salvatore - Presidente di Sezione
Raffaele Iannotta - Presidente di Sezione
Riccardo Virgilio - Presidente di Sezione
Sabino Luce - Consigliere
Raffaele Carboni - Consigliere
Costantino Salvatore - Consigliere
Filippo Patroni Griffi - Consigliere
Giuseppe Farina - Consigliere
Corrado Allegretta - Consigliere
Giorgio Giaccardi - Consigliere
Luigi Maruotti - Consigliere
Carmine Volpe - Consigliere
Pier Luigi Lodi - Consigliere - Estensore.
DEPOSITATA IN SEGRETERIA IL 24 NOV. 2005.