La responsabilita' dello Stato Italiano per i danni procurati al cittadino in caso di violazione del diritto comunitario - Inadeguatezza della normativa sulla responsabilità civile dei magistrati - Cort. Giust. Eur. Sentenza del 13 giugno 2006

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La responsabilita' dello Stato Italiano per i danni procurati al cittadino in caso di violazione del diritto comunitario





Corte di Giustizia delle Comunità Europee, Grande Sezione

Sentenza del 13 giugno 2006

(presidente Skouris, estensore Timmermans)

Nel procedimento C-173/03,

avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’art. 234 CE, dal Tribunale di Genova con ordinanza 20 marzo 2003, pervenuta in cancelleria il 14 aprile 2003, nella causa

Traghetti del Mediterraneo SpA, in liquidazione,

contro

Repubblica italiana,

(...)

1 La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sul principio e sulle condizioni per la sussistenza della responsabilità extracontrattuale degli Stati membri per i danni arrecati ai singoli da una violazione del diritto comunitario, allorquando tale violazione è imputabile a un organo giurisdizionale nazionale.

2 Tale domanda è stata proposta nell’ambito di una causa intentata contro la Repubblica italiana dalla Traghetti del Mediterraneo SpA, impresa di trasporti marittimi, attualmente in liquidazione (in prosieguo: la «TDM»), al fine di ottenere il risarcimento del danno che essa avrebbe subito a causa di un’erronea interpretazione, da parte della Corte suprema di cassazione, delle norme comunitarie relative alla concorrenza e agli aiuti di Stato e, in particolare, per il rifiuto opposto da quest’ultima alla sua richiesta di sottoporre alla Corte le pertinenti questioni di interpretazione del diritto comunitario.

Contesto normativo nazionale

3 Ai sensi dell’art. 1, n. 1, della legge 13 aprile 1988, n. 117 [sul] risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e [sulla] responsabilità civile dei magistrati (GURI n. 88 del 15 aprile 1988, pag. 3; in prosieguo: la «legge n. 117/88»), detta legge si applica «a tutti gli appartenenti alle magistrature ordinaria, amministrativa, contabile, militare e speciali, che esercitano l’attività giudiziaria, indipendentemente dalla natura delle funzioni, nonché agli estranei che partecipano all’esercizio della funzione giudiziaria».

4 L’art. 2 della legge n. 117/88 prevede:

«1. Chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia può agire contro lo Stato per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che derivino da privazione della libertà personale.

2. Nell’esercizio delle funzioni giudiziarie non può dar luogo a responsabilità l’attività di interpretazione di norme di diritto né quella di valutazione del fatto e delle prove.

3. Costituiscono colpa grave:

a) la grave violazione di legge determinata da negligenza inescusabile;

b) l’affermazione, determinata da negligenza inescusabile, di un fatto la cui esistenza è incontrastabilmente esclusa dagli atti del procedimento;

c) la negazione, determinata da negligenza inescusabile, di un fatto la cui esistenza risulta incontrastabilmente dagli atti del procedimento;

d) l’emissione di provvedimento concernente la libertà della persona fuori dei casi consentiti dalla legge oppure senza motivazione».

5 Ai sensi dell’art. 3, n. 1, prima frase, della legge n. 117/88, costituisce peraltro un diniego di giustizia «il rifiuto, l’omissione o il ritardo del magistrato nel compimento di atti del suo ufficio quando, trascorso il termine di legge per il compimento dell’atto, la parte ha presentato istanza per ottenere il provvedimento e sono decorsi inutilmente, senza giustificato motivo, trenta giorni dalla data di deposito in cancelleria».

6 Gli articoli seguenti della legge n. 117/88 precisano le condizioni e le modalità per proporre un’azione di risarcimento del danno ai sensi degli artt. 2 o 3 di detta legge, così come le azioni che possono essere intraprese, a posteriori, nei confronti del magistrato che si sia reso colpevole di dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni, se non addirittura di un diniego di giustizia.

I fatti all’origine della controversia nella causa principale e le questioni pregiudiziali

7 La TDM e la Tirrenia di Navigazione (in prosieguo: la «Tirrenia») sono due imprese di trasporti marittimi che, negli anni ’70, effettuavano regolari collegamenti marittimi tra l’Italia continentale e le isole della Sardegna e della Sicilia. Nel 1981, mentre era stata sottoposta alla procedura di concordato, la TDM citava la Tirrenia in giudizio dinanzi al Tribunale di Napoli al fine di ottenere il risarcimento del pregiudizio che essa avrebbe subito, negli anni precedenti, a causa della politica di prezzi bassi praticata da quest’ultima.

8 La TDM invocava, a tal riguardo, tanto la violazione, da parte della sua concorrente, dell’art. 2598, n. 3, del codice civile italiano, relativo agli atti di concorrenza sleale, quanto la violazione degli artt. 85, 86, 90 e 92 del Trattato CEE (divenuti, rispettivamente, artt. 85, 86, 90 e 92 del Trattato CE, a loro volta diventati artt. 81 CE, 82 CE, 86 CE, e, in seguito a modifica, 87 CE) per il fatto che, a suo parere, la Tirrenia aveva violato le norme fondamentali di tale Trattato, e in particolare aveva abusato della propria posizione dominante sul mercato in questione, praticando tariffe notevolmente inferiori al prezzo di costo grazie al conseguimento di sovvenzioni pubbliche la cui legittimità sarebbe stata dubbia alla luce del diritto comunitario.

9 Con sentenza del Tribunale di Napoli 26 maggio 1993, confermata in appello dalla sentenza 13 dicembre 1996 della Corte d’appello di Napoli, tale domanda di risarcimento veniva tuttavia respinta dai giudici italiani, poiché le sovvenzioni concesse dalle autorità di tale Stato erano legittime in quanto perseguivano obiettivi di interesse generale connessi, in particolare, allo sviluppo del Mezzogiorno ed in quanto, in ogni caso, non recavano pregiudizio all’esercizio di attività di trasporto marittimo diverse e concorrenti rispetto a quelle censurate dalla TDM. Pertanto, nessun atto di concorrenza sleale poteva essere imputato alla Tirrenia.

10 Ritenendo, da parte sua, che queste due sentenze fossero viziate da errori di diritto, in quanto fondate, in particolare, su un’interpretazione erronea delle norme del Trattato in materia di aiuti di Stato, il curatore fallimentare della TDM proponeva contro la sentenza della Corte d’appello di Napoli un ricorso in cassazione, nell’ambito del quale invitava la Corte suprema di cassazione a sottoporre alla Corte, ai sensi dell’art. 177, terzo comma, del Trattato CE (divenuto articolo 234, terzo comma, CE), le pertinenti questioni d’interpretazione del diritto comunitario.

11 Con sentenza 19 aprile 2000, n. 5087 (in prosieguo: la «sentenza 19 aprile 2000»), la Corte suprema di cassazione tuttavia rifiutava di accogliere tale istanza poiché la soluzione adottata dai giudici di merito rispettava la lettera delle pertinenti disposizioni del Trattato ed era, per di più, perfettamente conforme alla giurisprudenza della Corte, in particolare alla sentenza 22 maggio 1985, causa 13/83, Parlamento/Consiglio (Racc. pag. 1513).

12 Per giungere a tale conclusione, la Corte suprema di cassazione rilevava, da un lato, riguardo alla presunta violazione degli artt. 90 e 92 del Trattato, che tali articoli permettono di derogare, a certe condizioni, al divieto generale degli aiuti di Stato al fine di favorire lo sviluppo economico di regioni svantaggiate o di soddisfare domande di beni e servizi che il gioco della libera concorrenza non permette di soddisfare pienamente. Orbene, secondo tale giudice, tali condizioni ricorrerebbero appunto nella fattispecie in quanto, nel corso del periodo contestato (cioè tra il 1976 e il 1980), i trasporti di massa tra l’Italia continentale e le sue isole maggiori potevano essere assicurati, attesi i loro costi, solo per via marittima, cosicché sarebbe stato necessario soddisfare la domanda, sempre più pressante, per tale tipo di servizi affidando la gestione di tali trasporti ad un concessionario pubblico che praticava una tariffa imposta.

13 Secondo lo stesso giudice, la distorsione della concorrenza che deriverebbe dall’esistenza di tale concessione non comporterebbe, tuttavia, l’illegittimità automatica dell’aiuto accordato. In effetti, l’attribuzione di una tale concessione di servizio pubblico comporterebbe sempre, implicitamente, un effetto distorsivo della concorrenza e la TDM non sarebbe riuscita a dimostrare che la Tirrenia avesse tratto vantaggio dall’aiuto accordato dallo Stato per realizzare utili connessi ad attività diverse da quelle per cui le sovvenzioni erano state effettivamente concesse.

14 Dall’altro lato, quanto al motivo relativo alla violazione degli artt. 85 e 86 del Trattato, la Corte suprema di cassazione lo ha respinto in quanto infondato poiché, all’epoca dei fatti della controversia, l’attività di cabotaggio marittimo non era ancora stata liberalizzata e poiché la natura ed il contesto territoriale limitati di tale attività non consentivano di individuare chiaramente il mercato rilevante ai sensi dell’art. 86 del Trattato. In siffatto contesto, tale giudice ha, tuttavia, rilevato che, se era difficile identificare detto mercato, una concorrenza reale poteva nondimeno esercitarsi nel settore interessato dal momento che l’aiuto concesso nella fattispecie riguardava solamente una delle attività tra quelle, numerose, tradizionalmente svolte da un’impresa di trasporto marittimo e che era per di più limitata ad un solo Stato membro.

15 In tali circostanze, la Corte suprema di cassazione ha, di conseguenza, respinto il ricorso per cui era stata adita, dopo aver rigettato anche le censure sollevate dalla TDM riguardo alla violazione delle disposizioni nazionali relative agli atti di concorrenza sleale e all’omissione da parte della Corte d’appello di Napoli di statuire sulla domanda della TDM diretta a sottoporre alla Corte le pertinenti questioni d’interpretazione. Precisamente tale decisione di rigetto è all’origine del procedimento pendente dinanzi al giudice del rinvio.

16 Infatti, ritenendo che la sentenza 19 aprile 2000 fosse fondata su un’errata interpretazione delle norme del Trattato in materia di concorrenza e di aiuti di Stato e sulla premessa erronea dell’esistenza di una giurisprudenza costante della Corte in materia, il curatore fallimentare della TDM, società nel frattempo messa in liquidazione, citava la Repubblica italiana dinanzi al Tribunale di Genova per ottenere la condanna di quest’ultima al risarcimento del danno che tale impresa avrebbe subito a causa degli errori di interpretazione commessi dalla Corte suprema di cassazione e a causa della violazione dell’obbligo di rinvio che graverebbe a carico di quest’ultimo organo giurisdizionale ai sensi dell’art. 234, terzo comma, CE.

17 A tal riguardo, fondandosi, segnatamente, sulla decisione della Commissione 21 giugno 2001, 2001/851/CE, relativa agli aiuti di Stato corrisposti dall’Italia alla compagnia marittima Tirrenia di Navigazione (GU L 318, pag. 9) – decisione riguardante, sì, sovvenzioni concesse successivamente al periodo controverso nella causa principale, ma adottata al termine di un procedimento avviato dalla Commissione delle Comunità europee prima dell’udienza dibattimentale della Corte suprema di cassazione nella causa conclusasi con sentenza 19 aprile 2000 – la TDM sostiene che, se quest’ultimo giudice si fosse rivolto alla Corte, l’esito del ricorso in cassazione sarebbe stato completamente diverso. Al pari della Commissione, nella summenzionata decisione, la Corte avrebbe, infatti, rilevato la dimensione comunitaria delle attività di cabotaggio marittimo così come le difficoltà inerenti alla valutazione della compatibilità di sovvenzioni pubbliche con le norme del Trattato in materia di aiuti di Stato, il che avrebbe portato la Corte di cassazione a dichiarare illegittimi gli aiuti concessi alla Tirrenia.

18 La Repubblica italiana contesta la ricevibilità stessa di tale azione di risarcimento, basandosi sul tenore della legge n. 117/88, ed in particolare sul suo art. 2, n. 2, ai sensi del quale l’interpretazione di norme giuridiche effettuata nell’ambito dell’esercizio delle funzioni giurisdizionali non potrebbe comportare la responsabilità dello Stato. Tuttavia, nel caso in cui la ricevibilità di tale ricorso dovesse essere ammessa dal giudice del rinvio, essa sostiene, in subordine, che il ricorso deve in ogni caso essere respinto poiché non ricorrerebbero i presupposti per un rinvio pregiudiziale e la sentenza 19 aprile 2000, passata in giudicato, non potrebbe più essere rimessa in discussione.

19 In risposta a tali argomentazioni, la TDM si interroga sulla compatibilità della legge n. 117/88 con le prescrizioni del diritto comunitario. Essa sostiene, in particolare, che le condizioni di ricevibilità delle azioni previste da tale legge e la prassi seguita in materia dagli organi giurisdizionali nazionali (tra cui la stessa Corte suprema di cassazione) sono talmente restrittive che rendono eccessivamente difficile, se non addirittura impossibile, il conseguimento di un risarcimento da parte dello Stato dei danni causati da provvedimenti giurisdizionali. Di conseguenza, una tale normativa sarebbe in contrasto con i principi sanciti dalla Corte, in particolare, nelle sentenze 19 novembre 1991, cause riunite C-6/90 e C-9/90, Francovich e a. (Racc. pag. I-5357), e 5 marzo 1996, cause riunite C-46/93 e C-48/93, Brasserie du pêcheur et Factortame (Racc. pag. I-1029).

20 Pertanto, nutrendo dubbi quanto alla soluzione da dare alla controversia dinanzi ad esso pendente nonché quanto alla possibilità di estendere al potere giudiziario i principi sanciti dalla Corte, nelle sentenze citate al punto precedente, relative alle violazioni del diritto comunitario commesse nell’esercizio di un’attività legislativa, il Tribunale di Genova ha deciso di sospendere il giudizio e di sottoporre alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali:

«1) Se uno Stato [membro] risponda a titolo di responsabilità extracontrattuale nei confronti dei singoli cittadini degli errori dei propri giudici nell’applicazione del diritto comunitario o della mancata applicazione dello stesso e in particolare del mancato assolvimento da parte di un giudice di ultima istanza dell’obbligo di rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia ai sensi dell’art. 234, comma 3, del Trattato.

2) Nel caso in cui debba ritenersi che uno Stato membro risponda degli errori dei propri giudici nell’applicazione del diritto comunitario e in particolare dell’omesso rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia da parte di un giudice di ultima istanza ai sensi dell’art. 234, comma 3, del Trattato, se osti all’affermazione di tale responsabilità – e sia quindi incompatibile con i principi del diritto comunitario – una normativa nazionale in tema di responsabilità dello Stato per errori dei giudici che:

– esclude la responsabilità in relazione all’attività di interpretazione delle norme di diritto e di valutazione del fatto e delle prove rese nell’ambito dell’attività giudiziaria,

– limita la responsabilità dello Stato ai soli casi di dolo e colpa grave del giudice».

21 A seguito della pronuncia della sentenza 30 settembre 2003, causa C-224/01, Köbler (Racc. pag. I-10239), il cancelliere della Corte ha inviato copia di tale sentenza al giudice del rinvio chiedendogli se, alla luce del contenuto della sentenza, ritenesse utile mantenere la sua domanda pregiudiziale.

22 Con lettera 13 gennaio 2004, pervenuta alla cancelleria della Corte il 29 gennaio seguente, il Tribunale di Genova, sentite le parti della causa principale, ha ritenuto che la summenzionata sentenza Köbler fornisse una risposta esauriente alla prima delle due questioni da esso proposte, di modo che non è più necessario che la Corte si pronunci su di essa.

23 Esso ha, invece, ritenuto utile mantenere la sua seconda questione affinché la Corte si pronunci, «anche alla luce dei principi affermati (…) nella sentenza Köbler», sulla questione se «osti all’affermazione della responsabilità dello stato per violazioni imputabili a un organo giurisdizionale nazionale una normativa nazionale in tema di responsabilità dello stato per errori del giudice che, come quella italiana, esclude la responsabilità in relazione all’attività di interpretazione delle norme di diritto e di valutazione del fatto e delle prove rese nell’ambito dell’attività giudiziaria e limita la responsabilità dello stato ai soli casi di dolo e colpa grave del giudice».

Sulla questione pregiudiziale

24 In via preliminare, occorre rilevare che la causa pendente dinanzi al giudice del rinvio ha per oggetto un’azione diretta a far sorgere la responsabilità dello Stato per una decisione, non impugnabile, emessa da un organo giurisdizionale supremo. La questione proposta dal giudice del rinvio deve quindi essere intesa come vertente, in sostanza, sulla questione se il diritto comunitario e, in particolare, i principi sanciti dalla Corte nella summenzionata sentenza Köbler, ostino ad una normativa nazionale come quella di cui alla causa principale, che, da un lato, esclude ogni responsabilità dello Stato membro per i danni causati ai singoli a seguito di una violazione del diritto comunitario commessa da un organo giurisdizionale nazionale di ultimo grado allorquando tale violazione risulta da un’interpretazione delle norme di diritto o da una valutazione dei fatti e delle prove ad opera di tale organo giurisdizionale e che, dall’altro lato, limita, peraltro, tale responsabilità ai soli casi del dolo e della colpa grave del giudice.

25 Per la TDM, come per la Commissione, tale questione richiede chiaramente una risposta affermativa. Infatti, dal momento che la valutazione dei fatti e delle prove nonché l’interpretazione delle norme di diritto sarebbero inerenti all’attività giurisdizionale, l’esclusione, in tali casi, della responsabilità dello Stato per i danni arrecati ai singoli a seguito dell’esercizio di tale attività equivarrebbe, in pratica, ad esonerare quest’ultimo da ogni responsabilità per violazioni del diritto comunitario imputabili al potere giudiziario.

26 Per quanto riguarda, peraltro, la limitazione di detta responsabilità ai soli casi del dolo o della colpa grave del giudice, anch’essa sarebbe di natura da condurre ad un’esenzione di fatto da ogni responsabilità dello Stato, poiché, da un lato, la nozione stessa di «colpa grave» non sarebbe lasciata alla libera valutazione del giudice chiamato a statuire su un’eventuale domanda di risarcimento dei danni causati da una decisione giurisdizionale, ma sarebbe rigorosamente delimitata dal legislatore nazionale, che enumererebbe preliminarmente – ed in modo tassativo – le ipotesi di colpa grave.

27 Secondo la TDM si desumerebbe, dall’altro lato, dall’esperienza acquisita in Italia nell’attuazione della legge n. 117/88 che gli organi giurisdizionali di detto Stato, in particolare, la Corte suprema di cassazione, darebbero una lettura estremamente restrittiva di tale legge, così come delle nozioni di «colpa grave» e di «negligenza inescusabile». Questi nozioni sarebbero interpretate da tale ultimo organo giurisdizionale come una «violazione evidente, grossolana e macroscopica della norma» o contenente una lettura di essa «in termini contrastanti con ogni criterio logico», il che condurrebbe, in pratica, al rigetto quasi sistematico delle denunce presentate contro lo Stato italiano.

28 Al contrario, secondo il governo italiano, sostenuto, su tale punto, dall’Irlanda e dal governo del Regno Unito, una normativa nazionale come quella di cui alla causa principale sarebbe perfettamente conforme ai principi stessi del diritto comunitario dal momento che essa realizzerebbe un giusto equilibrio tra la necessità di preservare l’indipendenza del potere giudiziario e gli imperativi della certezza del diritto, da un lato, e la concessione di una tutela giurisdizionale effettiva ai singoli nei casi più evidenti di violazioni del diritto comunitario imputabili al potere giudiziario, dall’altro lato.

29 In tale ottica, ove dovesse essere riconosciuta, la responsabilità degli Stati membri per i danni risultanti da tali violazioni dovrebbe dunque essere limitata ai soli casi in cui si possa identificare una violazione sufficientemente grave del diritto comunitario. Tuttavia, essa non potrebbe sussistere qualora un organo giurisdizionale nazionale abbia deciso una controversia sulla base di un’interpretazione degli articoli del Trattato che si rispecchi adeguatamente nella motivazione fornita da tale organo giurisdizionale.

30 A tal riguardo, occorre ricordare che, nella summenzionata sentenza Köbler, pronunciata successivamente alla data in cui il giudice del rinvio s’è rivolto alla Corte, quest’ultima ha ricordato che il principio per il quale uno Stato membro è obbligato a risarcire i danni arrecati ai singoli per violazioni del diritto comunitario che gli sono imputabili ha valore in riferimento a qualsiasi ipotesi di violazione del diritto comunitario, qualunque sia l’organo di tale Stato la cui azione od omissione ha dato origine alla trasgressione (v. punto 31 di detta sentenza).

31 Al riguardo, fondandosi in particolare sul ruolo essenziale svolto dal potere giudiziario nella tutela dei diritti che derivano ai singoli dalle norme comunitarie, nonché sulla circostanza che un organo giurisdizionale di ultimo grado costituisce, per definizione, l’ultima istanza dinanzi alla quale essi possono far valere i diritti che il diritto comunitario conferisce loro, la Corte ne ha dedotto che la tutela di tali diritti sarebbe indebolita – e la piena efficacia delle norme comunitarie che conferiscono simili diritti sarebbe rimessa in questione – se fosse escluso che i singoli potessero ottenere, a talune condizioni, il risarcimento dei danni loro arrecati da una violazione del diritto comunitario imputabile a una decisione di un organo giurisdizionale di ultimo grado (v. sentenza Köbler, cit., punti 33-36).

32 È vero che, considerate la specificità della funzione giurisdizionale nonché le legittime esigenze della certezza del diritto, la responsabilità dello Stato, in un caso del genere, non è illimitata. Come la Corte ha affermato, tale responsabilità può sussistere solo nel caso eccezionale in cui l’organo giurisdizionale che ha statuito in ultimo grado abbia violato in modo manifesto il diritto vigente. Al fine di determinare se questa condizione sia soddisfatta, il giudice nazionale investito di una domanda di risarcimento danni deve, a tal riguardo, tener conto di tutti gli elementi che caratterizzano la situazione sottoposta al suo sindacato, e, in particolare, del grado di chiarezza e di precisione della norma violata, del carattere intenzionale della violazione, della scusabilità o inescusabilità dell’errore di diritto, della posizione adottata eventualmente da un’istituzione comunitaria nonché della mancata osservanza, da parte dell’organo giurisdizionale di cui trattasi, del suo obbligo di rinvio pregiudiziale ai sensi dell’art. 234, terzo comma, CE (sentenza Köbler, cit., punti 53-55).

33 Considerazioni analoghe, connesse alla necessità di garantire ai singoli una protezione giurisdizionale effettiva dei diritti che il diritto comunitario conferisce loro, ostano, allo stesso modo, a che la responsabilità dello Stato non possa sorgere per il solo motivo che una violazione del diritto comunitario imputabile ad un organo giurisdizionale nazionale di ultimo grado risulti dall’interpretazione delle norme di diritto effettuata da tale organo giurisdizionale.

34 Da un lato, infatti, l’interpretazione delle norme di diritto rientra nell’essenza vera e propria dell’attività giurisdizionale poiché, qualunque sia il settore di attività considerato, il giudice, posto di fronte a tesi divergenti o antinomiche, dovrà normalmente interpretare le norme giuridiche pertinenti – nazionali e/o comunitarie – al fine di decidere la controversia che gli è sottoposta.

35 Dall’altro lato, non si può escludere che una violazione manifesta del diritto comunitario vigente venga commessa, appunto, nell’esercizio di una tale attività interpretativa, se, per esempio, il giudice dà a una norma di diritto sostanziale o procedurale comunitario una portata manifestamente erronea, in particolare alla luce della pertinente giurisprudenza della Corte in tale materia (v., a questo riguardo, la summenzionata sentenza Köbler, punto 56), o se interpreta il diritto nazionale in modo da condurre, in pratica, alla violazione del diritto comunitario vigente.

36 Come rilevato dall’avvocato generale al paragrafo 52 delle sue conclusioni, escludere, in simili circostanze, ogni responsabilità dello Stato a causa del fatto che la violazione del diritto comunitario deriva da un’operazione di interpretazione delle norme giuridiche effettuata da un organo giurisdizionale equivarrebbe a privare della sua stessa sostanza il principio sancito dalla Corte nella citata sentenza Köbler. Tale constatazione vale, a maggior ragione, per gli organi giurisdizionali di ultimo grado, incaricati di assicurare a livello nazionale l’interpretazione uniforme delle norme giuridiche.

37 Si deve giungere ad analoga conclusione nel caso di una legislazione che escluda, in maniera generale, la sussistenza di una qualunque responsabilità dello Stato allorquando la violazione imputabile ad un organo giurisdizionale di tale Stato risulti da una valutazione dei fatti e delle prove.

38 Da un lato, infatti, una simile valutazione costituisce, così come l’attività di interpretazione delle norme giuridiche, un altro aspetto essenziale dell’attività giurisdizionale poiché, indipendentemente dall’interpretazione effettuata dal giudice nazionale investito di una determinata causa, l’applicazione di dette norme al caso di specie spesso dipenderà dalla valutazione che egli avrà compiuto sui fatti del caso di specie così come sul valore e sulla pertinenza degli elementi di prova prodotti a tal fine dalle parti in causa.

39 Dall’altro lato, una tale valutazione – che richiede a volte analisi complesse – può condurre ugualmente, in certi casi, ad una manifesta violazione del diritto vigente, sia essa effettuata nell’ambito dell’applicazione di specifiche norme relative all’onere della prova, al valore di tali prove o all’ammissibilità dei mezzi di prova, ovvero nell’ambito dell’applicazione di norme che richiedono una qualificazione giuridica dei fatti.

40 Escludere, in tali casi, ogni possibilità di sussistenza della responsabilità dello Stato poiché la violazione contestata al giudice nazionale riguarda la valutazione effettuata da quest’ultimo su fatti o prove equivarrebbe altresì a privare di effetto utile il principio sancito nella summenzionata sentenza Köbler, per quanto riguarda le manifeste violazioni del diritto comunitario che sarebbero imputabili agli organi giurisdizionali nazionali di ultimo grado.

41 Come rilevato dall’avvocato generale ai paragrafi 87-89 delle sue conclusioni, ciò avviene, in particolare, in materia di aiuti di Stato. Escludere, in tale settore, qualunque responsabilità dello Stato poiché la violazione del diritto comunitario commessa da un organo giurisdizionale nazionale risulterebbe da una valutazione dei fatti rischia di condurre a un indebolimento delle garanzie procedurali offerte ai singoli in quanto la salvaguardia dei diritti che essi traggono dalle pertinenti disposizioni del Trattato dipende, in larga misura, da successive operazioni di qualificazione giuridica dei fatti. Orbene, nell’ipotesi in cui la responsabilità dello Stato fosse esclusa in maniera assoluta, a seguito delle valutazioni operate su determinati fatti da un organo giurisdizionale, tali singoli non beneficerebbero di alcuna protezione giurisdizionale ove un organo giurisdizionale nazionale di ultimo grado commettesse un errore manifesto nel controllo delle summenzionate operazioni di qualificazione giuridica dei fatti.

42 Riguardo, infine, alla limitazione della responsabilità dello Stato ai soli casi di dolo o di colpa grave del giudice, occorre ricordare, come rilevato al punto 32 della presente sentenza, che la Corte, nella summenzionata sentenza Köbler, ha dichiarato che la responsabilità dello Stato per i danni arrecati ai singoli a causa di una violazione del diritto comunitario imputabile ad un organo giurisdizionale nazionale di ultimo grado poteva sorgere nel caso eccezionale in cui tale organo giurisdizionale avesse violato in modo manifesto il diritto vigente.

43 Tale violazione manifesta si valuta, in particolare, alla luce di un certo numero di criteri quali il grado di chiarezza e di precisione della norma violata, il carattere scusabile o inescusabile dell’errore di diritto commesso, o la mancata osservanza, da parte dell’organo giurisdizionale di cui trattasi, del suo obbligo di rinvio pregiudiziale ai sensi dell’art. 234, terzo comma, CE, ed è presunta, in ogni caso, quando la decisione interessata interviene ignorando manifestamente la giurisprudenza della Corte in materia (sentenza Köbler, cit., punti 53-56).

44 Pertanto, se non si può escludere che il diritto nazionale precisi i criteri relativi alla natura o al grado di una violazione, da soddisfare affinché possa sorgere la responsabilità dello Stato per violazione del diritto comunitario imputabile a un organo giurisdizionale nazionale di ultimo grado, tali criteri non possono, in nessun caso, imporre requisiti più rigorosi di quelli derivanti dalla condizione di una manifesta violazione del diritto vigente, quale precisata ai punti 53-56 della summenzionata sentenza Köbler.

45 Il diritto al risarcimento sorgerà, dunque, se tale ultima condizione è soddisfatta, non appena sarà stato stabilito che la norma di diritto violata ha per oggetto il conferimento di diritti ai singoli e che esiste un nesso di causalità diretto tra la violazione manifesta invocata e il danno subito dall’interessato (v., segnatamente, a tale riguardo, le summenzionate sentenze Francovich e a., punto 40; Brasserie du pêcheur e Factortame, punto 51, nonché Köbler, punto 51). Come risulta, in particolare, dal punto 57 della citata sentenza Köbler, tali tre condizioni sono, in effetti, necessarie e sufficienti per attribuire ai singoli un diritto al risarcimento, senza tuttavia escludere che la responsabilità dello Stato possa essere accertata a condizioni meno restrittive in base al diritto nazionale.

46 Alla luce di quanto sopra considerato, si deve quindi risolvere la questione proposta dal giudice del rinvio, come riformulata con la sua lettera 13 gennaio 2004, nel senso che il diritto comunitario osta ad una legislazione nazionale che escluda, in maniera generale, la responsabilità dello Stato membro per i danni arrecati ai singoli a seguito di una violazione del diritto comunitario imputabile a un organo giurisdizionale di ultimo grado per il motivo che la violazione controversa risulta da un’interpretazione delle norme giuridiche o da una valutazione dei fatti e delle prove operate da tale organo giurisdizionale. Il diritto comunitario osta altresì ad una legislazione nazionale che limiti la sussistenza di tale responsabilità ai soli casi di dolo o colpa grave del giudice, ove una tale limitazione conducesse ad escludere la sussistenza della responsabilità dello Stato membro interessato in altri casi in cui sia stata commessa una violazione manifesta del diritto vigente, quale precisata ai punti 53-56 della citata sentenza Köbler.

Sulle spese

47 Nei confronti delle parti nella causa principale il presente procedimento costituisce un incidente sollevato dinanzi al giudice nazionale, cui spetta quindi statuire sulle spese. Le spese sostenute da altri soggetti per presentare osservazioni alla Corte non possono dar luogo a rifusione.

Per questi motivi, la Corte (Grande Sezione) dichiara:

Il diritto comunitario osta ad una legislazione nazionale che escluda, in maniera generale, la responsabilità dello Stato membro per i danni arrecati ai singoli a seguito di una violazione del diritto comunitario imputabile a un organo giurisdizionale di ultimo grado per il motivo che la violazione controversa risulta da un’interpretazione delle norme giuridiche o da una valutazione dei fatti e delle prove operate da tale organo giurisdizionale.

Il diritto comunitario osta altresì ad una legislazione nazionale che limiti la sussistenza di tale responsabilità ai soli casi di dolo o colpa grave del giudice, ove una tale limitazione conducesse ad escludere la sussistenza della responsabilità dello Stato membro interessato in altri casi in cui sia stata commessa una violazione manifesta del diritto vigente, quale precisata ai punti 53-56 della sentenza 30 settembre 2003, causa C-224/01, Köbler.

Cass. pen. Sez. V, (ud. 10-04-2006) 07-07-2006, n. 23706 Principio della continuità delle indagini.

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La possibilità di compiere indagini, sia per accusa sia per difesa anche dopo la richiesta di rinvio a giudizio, successivamente al decreto che dispone il giudizio nonchè in tutto il corso del dibattimento. Principio della continuità delle indagini.

 

Cass. pen. Sez. V, (ud. 10-04-2006) 07-07-2006, n. 23706

 

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PIZZUTI Giuseppe - Presidente

Dott. ROTELLA Mario - Consigliere

Dott. NAPPI Aniello - Consigliere

Dott. DI TOMASSI Maria Stefania - Consigliere

Dott. BRUNO Paolo Antonio - Consigliere

ha pronunciato la seguente:

sul ricorso proposto da:

C.S., nato il (OMISSIS);

C.A., nato il (OMISSIS);

Ce.Sa., nato il (OMISSIS);

avverso la sentenza pronunciata in data 21.4.2005 dalla Corte d'appello di Roma, nei confronti della parte civile:

Assicurazioni Generali s.p.a.;

Visti gli atti, la sentenza denunziata e il ricorso;

Udita la relazione fatta dal Consigliere Dr. M. Stefania Di Tomassi;

Udito il Pubblico ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. Delehaye Enrico, che ha concluso chiedendo l'annullamento con rinvio della sentenza impugnata;

Udito per la parte civile, l'avv. Fontana Giorgio che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso e la condanna dei ricorrenti al rimborso delle spese di parte civile, come da nota;

Udito per gli imputati ricorrenti gli avvocati Gaito Alfredo e Miele Jole Rosa, che hanno concluso per l'accoglimento del ricorso.
 

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INDAGINI PRELIMINARI   
Svolgimento del processo
1. Con la sentenza in epigrafe la Corte d'appello di Roma confermava, in sede di giudizio di rinvio, la condanna di A., S. e Ce.Sa. pronunciata a seguito di giudizio abbreviato dal Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Teramo il 5.4.2001 per i reati di cui agli artt. 110 e 423 c.p., art. 61 c.p., comma 1, n. 2 (capo B) e art. 56 e 640 c.p. (capo C) e rideterminava la pena inflitta a C.S., prosciolto nel precedente giudizio d'appello dai restanti fatti a lui contestati, in due anni e due mesi di reclusione, confermando l'identica pena già irrogata ad A. e S..

I fatti per cui attualmente si procede, addebitati ai C., consistevano nell'accusa di avere incendiato (capo B), appiccando materialmente il fuoco C.A., il deposito della società Moda Time di Teramo da loro gestita (fatto (OMISSIS)), al fine di tentare di truffare (capo C) la società assicuratrice Generali mediante l'esibizione a questa di false fatture d'acquisto di merci, date per distrutte a causa dell'incendio, per un valore di circa L. 2.700 milioni (fatto commesso nell'anno (OMISSIS)).

1.1. Ai fratelli C. era stato originariamente contestato anche - in concorso con L.A. e M.P., giudicati separatamente - il reato di associazione per delinquere (capo A), al solo C.S. inoltre il reato di utilizzazione di fatture inesistenti e frode fiscale quale socio accomandatario della s.a.s.

Moda Time (capo D); il reato di emissione di fatture per operazioni inesistenti (22, intestate alla New Look della quale il C. era amministratore: capo E); il reato di falso in bilancio (capo F).

In udienza preliminare, a seguito della richiesta di giudizio abbreviato, la loro posizione era stata "stralciata" da quella dei coimputati L., M., N.P. e F.L., imputati altresì: N. e L. del reato di emissione in favore della Moda Time di fatture inesistenti (13, intestate alla Intermed del N.: capo G); F. e M. del reato di emissione in favore della Moda Time di fatture inesistenti (6, intestate alla GM della F.: capo H).

Il Giudice dell'udienza preliminare aveva assolto i fratelli C. dal reato di associazione a delinquere perchè il fatto non sussiste e C.S. dal reato al capo D) perchè il fatto non è previsto dalla legge come reato, condannandoli invece per i reati loro rispettivamente ascritti ai capi B), C), E) e F): S. alla pena di due anni e quattro mesi di reclusione; A. e Sa. alla pena di due anni e due mesi ciascuno; oltre pene accessorie; tutti in solido al risarcimento dei danni, da liquidarsi in separata sede, e al rimborso delle spese di lite in favore della parte civile Assicurazioni Generali, alla quale assegnava una provvisionale esecutiva di 50 milioni di lire. Gli imputati avevano proposto appello e la Corte d'appello dell'Aquila con sentenza del 26.4.2002 assolveva: tutti per insussistenza del fatto, ex art. 530 c.p.p., comma 2, dai reati di incendio e tentata truffa (capi B e C);

C.S. perchè il fatto non è previsto dalla legge come reato dai reati ai capi E) e F).

Su ricorso del Procuratore generale e della parte civile Assicurazioni Generali s.p.a. relativo ai capi B) e C), con sentenza 10.4.2003 la prima sezione di questa Corte annullava con rinvio la decisione d'appello, rilevando che "la frammentaria disamina delle risultanze processuali già acquisite o di possibile acquisizione" aveva reso "non concluso e insoddisfatto il compito dell'accertamento di merito demandato, nei limiti della cognizione devolutagli, al giudice d'appello". La sentenza impugnata aveva ritenuto infatti insufficiente a fondare la responsabilità degli imputati il risultato peritale, secondo cui l'incendio aveva avuto "con ogni probabilità origine dolosa". Osservava tuttavia la Corte di Cassazione che tale probabilità, "qualificata e prossima alla certezza", sebbene da sola non bastevole per un giudizio di responsabilità non poteva non essere valutata unitamente alle altre risultanze indiziarie al fine di verificare "se, in una globale valutazione, la portata possibilistica e non univoca di ciascun elemento non si risolva, fornendo la prova logica del fatto, alla stregua della regola sancita dall'art. 192 c.p.p., comma 2", mentre la Corte d'appello aquilana aveva esaminato solo partitamene gli ulteriori elementi, per escludere che ciascuno, da solo, fornisse la prova del fatto contestato, senza passare alla fase successiva della valutazione complessiva. Quanto alla critica mossa alla perizia in relazione alla mancata indicazione del tipo d'innesco idoneo a provocare la deflagrazione, la Corte d'appello aveva omesso di chiarire se tale lacuna doveva considerarsi incolmabile anche a fronte d'una eventuale integrazione probatoria ex art. 603 c.p.p., comma 3. 1.2. Investita del giudizio di rinvio, la Corte d'appello di Roma, con la sentenza oggi impugnata, riteneva che la decisione di primo grado doveva essere confermata senza necessità di alcun supplemento istruttorio.

L'origine dolosa dell'incendio emergeva incontestabilmente, secondo la Corte d'appello, dagli accertamenti peritali; a fronte di ciò confortava il giudizio di responsabilità degli imputati per i reati loro contestati la circostanza che C.A. aveva tardato a consegnare ai Vigili del fuoco le chiavi del magazzino e il fatto che, dopo avere stipulato nel dicembre del (OMISSIS) assicurazione contro il rischio d'incendio la società degli imputati aveva contabilizzato acquisti di merci, risultati fittizi, per un importo tre volte superiore a quello dell'anno precedente, facendo figurare, al momento dell'incendio, decuplicate le sCorte di magazzino.

2. Hanno proposto congiuntamente ricorso gli imputati per mezzo dei rispettivi difensori.

2.1. Deducono i ricorrenti l'errata ricostruzione del fatto storico, la violazione di norme processuali stabilite a pena di nullità e il vizio di motivazione sia nella valutazione delle prove che nella ingiustificata "ripulsa di prove favorevoli decisive, oltre che per l'ingiustificata esclusione della rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale".

In particolare la sentenza impugnata:

a) - avrebbe acriticamente avvalorato le risultanze peritali senza dar conto delle censure difensive (che evidenziavano a discarico:

l'orario non favorevole; la presenza sul posto di più persone, che avevano dichiarato di non avere visto uscire nessuno; il fatto che il tempo impiegato per consegnare le chiavi era occorso ad C. A. per cercarle nella adiacente abitazione; l'accertata mancanza di "segni particolari" - materiali, oggetti, odori - circa le cause dell'incendio; le analisi negative sulla presenza di liquidi infiammabili; la mancanza di tracce del sistema d'innesco; la totale liquefazione del quadro elettrico; il fatto che delle false fatturazioni gli imputati erano ignari, avendo provveduto a pagarle) e delle controdeduzioni dei consulenti di parte (secondo cui l'incendio era verosimilmente da attribuirsi a un fenomeno a lentissima combustione certamente originato da uno dei continui black out che affiggevano la zona ed avevano causato principi d'incendio anche nelle aziende contigue; il rinvenimento alla distanza riferita dei frammenti di vetro non era scientificamente certa; l'ipotesi dolosa presupponeva il versamento di liquido infiammabile del quale non era risultata tracce nelle analisi; la deflagrazione non era affatto fenomeno esclusivo degli incendi dolosi; i periti avevano escluso la causa elettrica sulla base di un'analisi a vista senza alcun accurato controllo dell'impianto e dei cavi sottotraccia). b) - avrebbe apoditticamente tratto dalla circostanza che C. A. non s'era precipitato a consegnare le chiavi del magazzino la conclusione che era sua intenzione ritardare l'opera di spegnimento dell'incendio;

c) - avrebbe completamente omesso di chiarire - ottemperando al "compito" assegnato dalla Cassazione al giudice del rinvio nel rilevare la presenza di una lacuna istruttoria - se la mancata indicazione del tipo di innesco idoneo a provare la deflagrazione e l'incendio fosse "una lacuna oramai incolmabile, o se invece potesse essere superata anche utilizzando, come previsto in caso di assoluta necessità, i poteri d'integrazione probatoria previsti dall'art. 603 c.p.p.";

d) - avrebbe apoditticamente attribuito l'incremento delle giacenze di magazzino ad un dolo truffaldino, esasperando il dato relativo alla "riconosciuta falsità di alcune (e poche) fatture";

e) - avrebbe illegittimamente omesso l'assunzione della prova decisiva richiesta a controprova. e1) In particolare, con riferimento a tale ultimo punto, i ricorrenti sottolineano che nell'atto d'appello avevano chiesto la rinnovazione dell'istruzione dibattimentale per l'audizione dei coimputati L. e N., sulle fatture (pochissime) false emesse e l'acquisizione della consulenza di parte sulla effettiva consistenza delle merci; avevano inoltre formulato specifica doglianza quanto all'ingiustificata esclusione delle indagini difensive svolte.

Nel giudizio di rinvio avevano insistito su tali censure, chiedendo in subordine, ex art. 627 c.p.p., comma 2, l'esame dell'investigatore D.P.O. sui risultati delle indagini compiute nell'interesse degli imputati, rilevanti per la decisione. Su tali richieste la sentenza impugnata non avrebbe speso parola. e2) Nell'atto di gravame si censurava inoltre la decisione del primo giudice nella parte in cui aveva dichiarato inutilizzabili le investigazioni difensive perchè depositate nella Cancelleria del Giudice dell'udienza preliminare il 26.1.2001, e cioè il giorno successivo alla prima udienza preliminare, asseritamente in violazione dell'art. 419 c.p.p., comma 3. Siffatta decisione era errata vuoi perchè l'art. 419 c.p.p., comma 3, non prevede alcuna sanzione in caso di tardivo deposito, vuoi perchè (nella sostanza) il principio della continuità investigativa dovrebbe essere applicato non solo al Pubblico Ministero. Si trattava inoltre di indagini espletate sotto la vigenza della precedente normativa.

Peraltro, il da poco novellato art. 422 c.p.p. imponeva l'assunzione d'ufficio delle prove che apparivano, all'evidenza, decisive per il giudizio. Sicchè il giudice del rinvio avrebbe quantomeno "dovuto assumere le indagini difensive, secondo i suoi vasti poteri istruttori": illogica e lesiva dei principi del giusto processo e di quello di ragionevole durata apparendo la possibilità di far valere i risultati di quelle indagini ai fini di un giudizio di revisione e non pure per una pronuncia assolutoria nel processo di merito. Nè poteva la Corte d'appello obliterare altresì la richiesta, avanzata in via "responsabilmente gradata" dai ricorrenti, di sentire comunque l'investigatore D.P. sulle attività investigative d'indagine compiute nelle quali risultavano documentati i principi d'incendio dovuti a black out per l'imperversare del maltempo che avevano riguardato ditte contigue ai fratelli C. nei giorni precedenti il fatto loro addebitato.

3. Con motivi nuovi depositati il 23.3.2006 la difesa dei ricorrenti insiste nelle censure già prospettate relative alla mancata assunzione di prove decisive richieste a controprova anche alla luce del modifiche portate all'art. 606 c.p.p., comma 1, lettera d), dalla L. n. 46 del 2006.
 

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INDAGINI PRELIMINARI   
Motivi della decisione
1. Il ricorso s'articola, nella sostanza, in tre filoni di censure, ognuna ampiamente illustrata, che per ragioni di brevità possono così riassumersi (rimandando alla più articolata esposizione in fatto): la sentenza impugnata avrebbe illegittimamente omesso di disporre l'accertamento peritale indicato come necessario a colmare la lacuna della perizia sulle cause dell'incendio dalla sentenza d'annullamento con rinvio; avrebbe illegittimamente negato agli imputati l'acquisizione di prove decisive; avrebbe erroneamente valutato gli elementi acquisiti e apoditticamente tratto da essi l'affermazione di responsabilità dei ricorrenti.

Nessuna delle doglianze è fondata.

2. La prima, alla quale ha pure prestato adesione il Pubblico Ministero d'udienza interpretandola alla stregua della violazione di un vincolo probatorio imposto al giudice del rinvio, non ha pregio.

E' principio assodato (tra molte, Cass. sez. 6^, Sentenza n. 5552 del 29/03/2000, Grisorio) che ove la sentenza di annullamento emessa dalla Corte di Cassazione si fondi su un vizio di motivazione della decisione impugnata, il giudice di rinvio è vincolato dal divieto di fondare la nuova decisione sugli stessi argomenti ritenuti illogici o carenti dalla Cassazione, restando libero di pervenire allo stesso o a un differente risultato decisorio, purchè utilizzi argomentazioni diverse da quelle censurate o integri e completi quelle svolte della pronuncia annullata (v. tra molte, Cass., sez. 5^, c.c. 6 maggio 1999, Lezzi). Non c'è principio di diritto o punto della pronunzia della Cassazione che, annullando per vizio di motivazione, può vincolare oltre ciò il giudice del rinvio, perchè è a lui che spetta, esclusivamente e interamente, il compito di ricostruire (nuovamente) i dati di fatto risultanti dalle emergenze processuali e di apprezzarne il significato e il valore: "senza che egli possa essere condizionato da valutazioni di merito eventualmente sfuggite al giudice di legittimità nelle proprie argomentazioni, non essendo compito di quest'ultimo sovrapporre il proprio convincimento a quello dei giudici di merito in ordine a tali aspetti (v. Cass., sez. 1^, c.c. 10 febbraio 1998, Scuotto); e potendo semmai valere tali momenti valutativi contenuti nella sentenza di annullamento come meri punti di riferimento al fine della individuazione del vizio motivazionale ma non come punti fermi che si impongano per la nuova decisione (Cass., sez. 5^, u.p. 20 gennaio 1992, Florio)" (sent. n. 5552 del 2000 citata). Una diversa regola confligerebbe, prima di tutto, con gli stessi ambiti (e limiti) della funzione giurisdizionale della Cassazione, perchè nessun dato specifico che attiene al merito può, per quanto apparentemente significativo, essere letto - come altrimenti non potrebbe fare la Corte, limitata com'è ai motivi di ricorso - isolatamente, e non c'è elemento di fatto, per quanto determinante, che possa essere interpretato fuori dal contesto in cui è inserito. Sicchè soltanto il giudice di merito - compreso quello di rinvio, che conserva gli "gli stessi poteri" (art. 627 c.p.p., comma 2) che gli competevano originariamente quale giudice di merito relativamente alla individuazione e alla valutazione dei dati processuali - ha la possibilità di valutare complessivamente ed esaurientemente il significato di tale contesto.

Unico rilievo che potrebbe, in ipotesi, avere la prospettazione difensiva, una volta escluso che la Corte di appello si sia sottratta al vincolo derivante dalla sentenza di annullamento, attiene dunque all'eventuale carenza o contraddittorietà della motivazione della sentenza impugnata sul tema probatorio toccato dallo specifico rilievo della Corte regolatrice, ma tale profilo va esaminato assieme a quelli sui vizi di motivazione ed è, per quanto si dirà, infondato.

3. La seconda doglianza si compone di una critica all'operato del Giudice dell'udienza preliminare che erroneamente avrebbe escluso dal materiale probatorio utilizzabile ai fini del giudizio abbreviato le indagini difensive prodotte nel corso dell'udienza preliminare, e di una denunzia ai sensi dell'art. 606 c.p.p., comma 1, lettera d), con riferimento alla denegata rinnovazione dell'istruzione dibattimentale per l'acquisizione della deposizione dell'investigatore privato che tali indagini aveva espletato.

3.1. In relazione al primo aspetto va premesso che dagli atti processuali (che questa Corte è chiamata ad esaminare allorchè la censura sia di violazione di legge) e dalla sentenza del Giudice dell'udienza preliminare emerge che le "indagini difensive" espletate dall'investigatore privato D.P.O. compiute nell'interesse degli imputati e depositate nella Cancelleria di quel giudice il 26.1.2001 - e cioè il giorno successivo alla prima udienza rinviata per il perfezionamento delle formalità di costituzione e prima dell'ammissione degli imputati al giudizio abbreviato non subordinato ad alcuna integrazione probatoria - vennero dichiarate dal Giudice dell'udienza preliminare inutilizzabili sul duplice rilievo:

(1) che erano state depositate oltre il termine di cui all'art. 419 c.p.p., comma 3;

(2) che non erano state assunte con le garanzie previste dalla L. 7 dicembre 2000, n. 397.

Orbene, se il primo argomento - sul quale s'appuntano in particolare le censure difensive - è senz'altro errato, altrettanto non può dirsi del secondo.

Non può revocarsi in dubbio, difatti, che il principio della cosiddetta "continuità investigativa" affermato dalla C. Cost. con le sentenze n. 238 del 1991 e n. 16 del 1994 debba trovare applicazione anche per la parte privata (in questo senso s'esprime, abbastanza chiaramente, d'altra parte C. Cost. n. 245 del 2005).

Sicchè deve senz'altro affermarsi che dal combinato disposto dell'art. 327 bis c.p.p., comma 2, art. 442 c.p.p., comma 1 bis, art. 419 c.p.p., comma 3, art. 421 c.p.p., comma 3, e art. 391 octies c.p.p., discende che le indagini difensive possono essere svolte in qualsiasi stato e grado del procedimento, possono costituire oggetto di indagini suppletive e possono essere prodotte in limine o nel corso dell'udienza preliminare, senza che sussista alcun obbligo di un preventivo avviso alla controparte o di deposito - ma fatto salvo il diritto per le controparti di esercitare il contraddittorio sulle prove non oggetto di preventiva discovery, (anche attraverso differimenti delle udienze congrua rispetto "alle singole, concrete fattispecie": oltre alle citate cfr., C. Cost. n. 203 del 1992) - e sono utilizzabili nel giudizio abbreviato.

E' invece esatto che l'utilizzabiltà delle "investigazioni difensive" (anche nel giudizio di revisione, cui fanno cenno le deduzioni dei ricorrenti) resta comunque subordinata, ex art. 391 bis c.p.p., comma 6, all'osservanza delle norme "di garanzia" e alla documentazione dell'attività svolta alla stregua dell'art. 391 ter c.p.p. o, a seconda del tipo di attività espletata, 391 sexies c.p.p. o art. 391 septies c.p.p. (Sez. 3^, Sentenza n. 2017 del 15/07/2003, Laghezza; Sez. F, Sentenza n. 34554 del 25/07/2003, Javanovic; Sez. 1^, Sentenza n. 45612 del 05/11/2003, Drozdzik).

Sicchè se non risultano rispettate le forme previste dalla L. n. 397 del 2000 i risultati delle investigazioni svolte non possono trovare la diretta utilizzazione processuale (art. 391 decies c.p.p.) che proprio le cautele procedimentali d'assunzione istituite dalla nuova normativa ha reso possibile.

Del tutto corretta appare pertanto la declaratoria d'inutilizzabilità dei documenti prodotti dalla difesa ai sensi e per gli effetti della più volte citata L. n. 397 del 2000.

Nè varrebbe il rilievo che, pur prodotte dopo, le indagini erano state espletate prima dell'avvento della disciplina richiamata, a norma del previgente art. 38 disp. att. c.p.p., perchè in tal caso, non potendosi annettere efficacia dimostrativa diretta dei fatti ivi narrati alle informazioni raccolte extraprocessualmente dal difensore o dall'investigatore da questi delegato, e non essendo stato chiesto giudizio abbreviato subordinato alla assunzione di alcuna fonte di prova, la documentazione delle indagini espletate dall'investigatore privato in favore degli imputati poteva valere soltanto come sollecitazione dei poteri officiosi d'integrazione probatoria, ex art. 441 c.p.p., comma 5, sollecitazione che non risulta tuttavia neppure espressamente formalizzata dopo l'ammissione del giudizio abbreviato "non condizionato" e la declaratoria d'inutilizzabilità dei risultati di quelle indagini difensive ai sensi della L. n. 397 del 2000. 3.2. Quanto al secondo aspetto, giova premettere ancora una volta che il giudizio di primo grado s'era svolto con il rito abbreviato, non subordinato ad alcuna acquisizione probatoria. E che le prove di cui si lamenta la mancata assunzione sono oggetto di autonoma richieste difensive che non risulta in alcun modo articolata come controprova o prova contraria a seguito dell'assunzione, ex art. 441 c.p.p., comma 5, o art. 603 c.p.p., comma 3, di prove sollecitate dall'accusa (pubblica o privata).

3.2.1. Orbene, connotato strutturale del giudizio abbreviato è la rinunzia dell'imputato ad esercitare il suo "diritto alla prova" (in cambio dei consistenti benefici sostanziali in termini di sconto di pena riconosciutigli). Nè le pur rilevanti modifiche recate all'istituto dalla L. n. 479 del 1999 hanno toccato, quantomeno per quel che riguarda l'abbreviato cosiddetto "puro" o non condizionato, tale fondamentale aspetto, largamente evidenziato in Sez. U, Sentenza n. 930 del 13/12/1995, Clarke. Sicchè l'imputato ammesso al giudizio abbreviato può certamente avvalersi, sollecitandoli, sia dei poteri del giudice di primo grado di assumere ulteriori elementi necessari ai fini della decisione, ex art. 441 c.p.p., comma 5, sia di quelli del giudice d'appello di disporre la rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale quando lo ritenga indispensabile ai fini della decisione, ai sensi dell'art. 603 c.p.p., comma 3; ma questi restano poteri officiosi che prescindono dall'iniziativa dell'imputato, non presuppongono una sua facoltà processuale e tanto meno un suo diritto all'assunzione e vanno esercitati solo quando emerga una esigenza probatoria "assoluta" (cfr. Sez. 3^, Sentenza n. 12853 del 13/02/2003, Paccone; Sez. 3^, Sentenza n. 15296 del 02/03/2004, Simek; Sez. 3^, Sentenza n. 7143 del 06/05/1998, Zimaj; tutte in linea con Sez. U. Clarke, citata). L'imputato che ha chiesto il giudizio abbreviato non condizionato non è quindi, in radice - a prescindere cioè dalla valutazione sulla decisività o meno della prova che si lamenta non acquisita -, legittimato a dolersi della mancata attivazione di tali poteri ai sensi dell'art. 606 c.p.p., comma 1, lettera d), che garantisce la giustiziabilità del vulnus recato al diritto alla prova e non è evocabile ove tale diritto sia oggetto di rinunzia. Potrà dunque esclusivamente dedurre, ai sensi dell'art. 606 c.p.p., comma 1, lettera e), l'eventuale vizio di motivazione della decisione che trascuri la lacuna probatoria evidenziata mediante la sollecitazione dei poteri officiosi.

3.2.2. Non possono mutare siffatto orientamento le modifiche recate alla L. n. 46 del 2006, art. 606, comma 1, lettera d), la cui considerazione è stata espressamente sollecitata nella memoria dei ricorrenti. La specificazione "anche nel corso dell'istruzione dibattimentale" non ha difatti certamente esteso il significato della norma previgente, tradizionalmente interpreta alla stregua dei principi in tema di diritto alla prova e alla controprova cui era da tempo approdata la giurisprudenza ordinaria e quella costituzionale.

Basterà a tal proposito ricordare che il diritto alla prova contraria, ancorchè enunciato soltanto nell'art. 495 c.p.p., comma 2, collocato nel capo relativo agli atti introduttivi, già largamente si riconosceva risorgesse comunque a seguito di ogni eventuale nuova ammissione di prova a favore di controparte (tra molte, Sez. U, Sentenza n. 11227 del 21/11/1992, Martin, secondo cui all'ammissione di una prova "nuova" ai sensi dell'art. 507 c.p.p., il giudice non potrebbe non far seguire l'ammissione anche delle eventuali prove contrarie; Cass. Sez. 6^, n. 5401 del 08/05/2000, La Vardera; C. cost. sentenze n. 111 del 1993 e n. 203 del 1992, già citata; in linea con il principio che il diritto alla prova e alla controprova è aspetto sul quale il principio della parità delle parti non può non essere integralmente realizzato: affaire Brandstetter c. Autriche, Cedu 28 agosto 1991).

In questo contesto ermeneutico il neointrodotto riferimento alla "istruzione dibattimentale", potrebbe ritenersi dunque inequivocabilmente destinato ad escludere la possibilità di far valere lo specifico vizio considerato proprio nell'ipotesi di controprova richiesta nel giudizio abbreviato (sempre, ovviamente, a seguito dell'assunzione ex officio di prove a favore della controparte, e, dunque in situazione che comunque non ricorre nel caso in esame) e ciò nonostante sia incontestabilmente riconosciuto che il potere d'integrazione probatoria attivabile ex art. 441 c.p.p., comma 5, è modellato proprio sul paradigma di quello dell'art. 507 c.p.p..

4. Va peraltro, e ad ogni buon conto, osservato che nessuno dei mezzi istruttori di cui i ricorrenti lamentano la mancata acquisizione, può ritenersi, anche in astratto e sulla base delle prospettazione dei ricorrenti, decisivo.

In relazione al supplemento peritale, è sufficiente ricordare che la giurisprudenza di questa Corte è costante nell'affermarne la natura di mezzo di prova neutro e, come tale, non classificabile nè quale prova a carico nè quale prova a discarico della perizia; donde, anche, la sua non riconducibilità alla nozione di "prova decisiva", la cui mancata assunzione costituisce motivo di ricorso per Cassazione, ai sensi dell'art. 606 c.p.p., comma 1, lettera d), (Cass., Sez. 6^, 12 febbraio 2003, Zandri; Cass., Sez. 4^, 12 dicembre 2002, Bovicelli; Cass., Sez. 5^, 6 aprile 1999, Mandala;

Cass., Sez. 5^, 30 aprile 1997, Ritossa; Cass., Sez. 1^, 17 giugno 1994, Jahrni).

L'esame come teste dell'investigatore privato D.P.O. risulterebbe secondo il ricorso chiesto per riferire "sulle attività investigative ... compiute, nelle quali appunto erano stati documentati "i principi d'incendio", dovuti a black out per l'imperversare del maltempo che avevano riguardato ditte contigue a quella dei fratelli C. nei giorni immediatamente precedenti l'incendio". Anche prescindendo dal rilievo che di siffatta richiesta non v'è traccia nei motivi d'appello nè nella memoria difensiva depositata nel giudizio di rinvio per l'udienza del 21 aprile 2005, non può non rilevarsi come la deduzione sia in realtà affatto generica, non emergendo da essa quali fossero in realtà gli accertamenti o le attività investigative compiute, sulle quali l'investigatore si chiedeva specificatamente riferisse, profilo questo sicuramente rilevante non solo al fine di stabilire la sostanziale novità e la decisività della prova (sia la sentenza di primo che quella di secondo grado riferiscono che gli accertamenti peritali avevano già escluso l'esistenza di cortocircuiti nello stabilimento dei C.), ma anche per gli eventuali riflessi in ordine alla valutazione di una eventuale incompatibilità a testimoniare dell'investigatore su dichiarazioni raccolte in sede di indagini difensive (cfr., mutatis, C. cost. 32 del 2002 e n. 325 del 2002, anche per l'esplicita equiparazione delle "informazioni che sono, o dovrebbero essere, consacrate in verbali").

Anche il nuovo esame (lo definisce "riassunzione" la memoria dei ricorrenti) degli imputati "di reato connesso" L. e N. non risulta affatto espressamente richiesto nè nei motivi d'appello (alla pagina 3, richiamata in ricorso, gli appellanti si limitavano ad affermare che dalle indagini difensive sarebbe risultato che la responsabilità delle false fatturazioni era addebitabile solamente ai due), nè nella memoria difensiva prodotta nel giudizio di rinvio (la quale anzi, a proposito della esclusiva responsabilità di costoro per la fatturazione fittizia, fa riferimento a quanto emergerebbe dagli atti). Peraltro la censura relativa alla loro mancata "riassunzione" è generica, perchè da un canto non chiarisce in quale veste costoro avrebbero dovuto essere sentiti - e siffatta veste non è altrimenti desumibile perchè non è detto l'esito del procedimento a loro carico "stralciato" in udienza preliminare (epigrafe e p. 3 sentenza di primo grado) - e quindi non risulta nè se potevano essere obbligati a rispondere nè la valenza delle dichiarazioni che avrebbero potuto rendere; dall'altro non è indicato su quali ulteriori elementi, non oggetto di precedenti interrogatori o esami (il cui contenuto non viene mai esplicitato), o chiarimenti, avrebbero dovuto deporre.

Assolutamente ininfluente appare infine, a fronte del tenore delle accuse (fittizia contabilizzazione di acquisti) e dalla materiale distruzione del magazzino con la sua reale consistenza di merci, la produzione di una consulenza "contabile" di parte, che i ricorrenti lamentano non esaminata.

5. Restano da esaminare le censure rivolte dai ricorrenti alla sentenza impugnata sotto il profilo del vizio di motivazione, ma che appaiono in parte manifestamente infondate, perchè la Corte d'appello ha argomentato adeguatamente le proprie considerazioni e non ha tralasciato alcun elemento decisivo, in parte inammissibili perchè di puro fatto, pretendendosi con esse di sottoporre alla Corte di legittimità interpretazioni degli accertamenti e delle vicende oggetto del procedimento alternative rispetto a quelle fatte proprie dai giudici di merito, senza che possa rinvenirsi alcuna manifesta incongruenza o lacuna espositiva nell'iter argomentativo privilegiato dalla sentenza impugnata, la quale, su tutti i punti ha preso puntuale, e incensurabile, posizione.

A giustificazione della decisione la Corte d'appello osservava difatti che la conclusione peritale che "con ogni probabilità" l'incendio era di origine dolosa era sorretta di argomentazioni esaurienti e di rigore scientifico; ad essa i periti erano giunti escludendo la possibilità di una qualsiasi altra causa, quale l'autoaccensione, il corto circuito, il cattivo funzionamento degli impianti tecnologici o la mera accidentalità; l'origine dolosa era confortata dal rinvenimento, a 10-12 metri all'esterno, di frammenti di vetro non affumicati, che denotavano che l'incendio era stato preceduto da una deflagrazione. E se, per "comprensibili ragioni di prudenza terminologico processuale" i periti avevano concluso affermando "con ogni probabilità" l'origine dolosa, emergeva dalla esposizione delle considerazioni tecniche che il posizionamento di tali frammenti di vetro era compatibile soltanto con una azione dolosa. Nè i periti avevano ragione di soffermarsi sulle modalità d'innesco della deflagrazione, dal momento che C.A. aveva le chiavi del locale e al momento dell'incendio era sul posto, sicchè l'attivazione dell'incendio, con qualsiasi mezzo, era per lui agevole e non più di tanto rischiosa. D'altra parte la circostanza acclarata che all'arrivo dei Vigili del fuoco C.A. aveva ritardato nel consegnare a costoro le chiavi, risolvendosi a farlo solo dopo 10-15 minuti, su sollecitazione dei Carabinieri (la Corte d'appello cita la relazione dei Carabinieri 10.3.1999, a p. 154 vol. 1, che anch'essa concludeva ipotizzando che analizzando la virulenza dell'incendio era stato prodotto dagli imputati), non potrebbe spiegarsi se non con l'intenzione di ritardare l'opera di spegnimento. A carico degli imputati militava, quindi il fatto che dopo avere stipulato, nel dicembre 1996, l'assicurazione contro gli incendi per la società Moda Time da loro gestita, avevano, rispetto agli anni precedenti, apparentemente (contabilmente) fatto risultare decuplicate le rimanenze di magazzino triplicando gli acquisti mediante fatture risultate agli accertamenti: "fasulle, perchè o provenienti da ditte non più operative o da ditte prive di strutture e capacità produttive o da ditte addirittura operanti in settori merceologici tutt'affatto diversi, ovvero emesse in favore di società facenti capo agli stessi imputati ... da quelle stesse ditte che alla Moda Time s.r.l. avevano già rilasciato fatture per operazioni inesistenti". L'insieme di siffatte risultanze, inequivocabilmente convergenti, rendeva dunque, ad avviso della Corte d'appello, indubitabile che gli imputati erano colpevoli dei fatti loro addebitati.

In particolare, perciò, manifestamente infondate e inammissibili sono le censure con la quale i ricorrenti lamentano che la Corte d'appello non avrebbe dato esauriente risposta alle "controdeduzioni" dei consulenti di parte, e a quelle, sulle prime ricalcate, difensive, tendenti a contrastare la natura dolosa dell'incendio affermata dai periti (in Fatto, sub a.). E ciò sia perchè la Corte d'appello ha argomentato adeguatamente la scelta di privilegiare l'analisi dell'eziologia dell'incendio emergente dalla perizia d'ufficio (ed è principio consolidato che il giudice che condivide le conclusioni del perito anche per ciò che concerne la confutazione delle osservazioni dei periti di parte, non è tenuto ad una motivazione tecnico-scientifica specifica, da esigere, al contrario soltanto se ritenga di discostarsi da tali risultati); sia perchè l'apprezzamento, positivo o negativo, dei risultati peritali e dei relativi accertamenti costituisce puro giudizio di fatto, incensurabile in sede di legittimità. Impeccabile è poi la valutazione sull'eziologia dell'incendio espressa in termini di assoluta probabilità a seguito di esauriente verifica "controfattuale".

Pure inammissibile è la censura secondo cui la Corte d'appello avrebbe apoditticamente affermato che il comportamento di C. A. dimostrava la sua intenzione di ritardare l'opera di spegnimento dell'incendio (in Fatto, sub b.). La Corte d'appello ha riferito gli elementi (relazione dei Carabinieri) sulla cui base ha operato la plausibile valutazione "contestata". Non spetta alla Corte di Cassazione rileggere le emergenze probatorie correttamente illustrate e interpretate sulla base della diversa valutazione che di esse offre il ricorrente.

Infondata è pure la doglianza relativa al mancato chiarimento del tipo di innesco idoneo a provare la deflagrazione e l'incendio (in Fatto, sub c.), ove considerata alla stregua di censura attinente il vizio della motivazione, che è sul punto plausibile e per nulla contraria a logica, senso comune o massime d'esperienza.

Manifestamente infondate e inammissibili sono infine le censure relative alla (asseritamente erronea) attribuzione agli imputati della dolosa contabilizzazione di fatture fittizie (in Fatto, sub d. e prospettate sub e. ai sensi dell'art. 606 c.p.p., comma 1, lettera d), dal momento che l'affermazione che sarebbe stata riconosciuta la falsità solo "di alcune (e poche) fatture" è affatto generica e non trova conforto nè in alcuna più specifica deduzione difensiva nè in quanto risulta dalle decisioni gravate, la cui motivazione è sul punto esauriente e per nulla illogica. Ed è del tutto priva di riscontri la deduzione che alle fatture rispondevano reali acquisti, mentre è illogica quella che ove avessero saputo della fittizietà delle fatture gli imputati non le avrebbero contabilizzate, dacchè proprio e solo la contabilizzazione delle fatture poteva giustificare la pretesa risarcitoria nei confronti della società assicuratrice.

Infine (e riprendendo le considerazioni già fatte in precedenza, al punto 4) non può ritenersi neppure alcuna carenza motivazionale con riferimento alla mancata "riassunzione" dei coimputati N. e L., formalmente responsabili della emissione di parte delle "foi". E ciò sia perchè il contenuto e il valore delle loro dichiarazioni resta incerto, sia perchè neppure risulta dedotto argomento in base al quale nel caso in esame l'emissione delle fatture per operazioni inesistenti avrebbe potuto servire un interesse patrimoniale dei gestori delle società cartiere contrapposto a quello delle società utilizzatrici.

Ed altrettanto incensurabile è la motivazione della sentenza impugnata con riferimento alla mancata considerazione della possibilità di acquisire la deposizione del teste investigatore privato su possibili alternative cause dell'incendio (black-out), dal momento che proprio il dubbio sull'eziologia dell'incendio che si voleva con tale mezzo istruttorio prospettare risulta motivatamente escluso, come s'è detto, dalle sentenze di merito sulla base degli accertamenti peritali officiosi.

6. I ricorsi devono perciò essere rigettata e i ricorrenti condannati in solido al pagamento delle spese del procedimento e a rifondere alla parte civile le spese di giudizio, che si liquidano in Euro 1.466,25, come da richiesta.
 

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INDAGINI PRELIMINARI   
P.Q.M.
Rigetta i ricorso e condanni i ricorrenti in solido al pagamento delle spese del procedimento e a rifondere alla parte civile Assicurazioni Generali s.p.a. le spese di giudizio, che si liquidano in Euro 1.466,25, come da richiesta.

Così deciso in Roma, il 10 aprile 2006.

Depositato in Cancelleria il 7 luglio 2006

Inutilizzabilità delle indagini difensive svolte all'estero - Cass. Pen. Sent. n. 23967 del 29 maggio 2007

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Cassazione penale  sez. I
Sent. n. 23967 del 29 maggio 2007

 



                   
 
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE                   
                        SEZIONE PRIMA PENALE                         
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:                            
Dott. FAZZIOLI  Edoardo        -  Presidente   -                     
Dott. CHIEFFI   Severo         -  Consigliere  -                     
Dott. MOCALI    Piero          -  Consigliere  -                     
Dott. GRANERO   Francantonio   -  Consigliere  -                     
Dott. PIRACCINI Paola          -  Consigliere  -                     
ha pronunciato la seguente:                                          
                             SENTENZA/ORDINANZA
sul ricorso proposto da: 
1)             K.E.S., N. IL (OMISSIS); 
2)              P.G.I., N. IL (OMISSIS); 
3)                       M.A.G., N. IL (OMISSIS); 
4)                Z.M.V., N. IL (OMISSIS); 
avverso ORDINANZA del 30/01/2007 TRIBUNALE di TRIESTE; 
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dr. PIRACCINI PAOLA; 
Rilevato  che  il Procuratore Generale nella persona  del  Cons.  Dr. 
Monetti chiedeva l'inammissibilità dei ricorsi. 
Rilevato che il difensore non è comparso. 
                 

Fatto

FATTO E DIRITTO

Il Tribunale del riesame di Trieste accoglieva parzialmente l'appello presentato avverso l'ordinanza del GIP della stessa città che aveva rigettato la richiesta di revoca delle misure cautelari in relazione ai reati di associazione a delinquere, riduzione in schiavitù, e contro il patrimonio. Rilevava che il procedimento aveva ad oggetto una vasta e complessa indagine condotta dalla DDA su un gruppo criminale che sfruttava soggetti di età minore, sottratti alle famiglie, privati della libertà personale e indotti a commettere furti. L'indagine aveva coinvolto famiglie provenienti da una zona delimitata della Bulgaria, appartenenti alla etnia rom. Le principali fonti di accusa erano costituite dalle dichiarazioni di A. S., che, dopo aver svelato alla P.G. l'esistenza di tali traffici, era stato utilizzato come infiltrato nell'organizzazione, dalle intercettazioni telefoniche e ambientali, da documentazione acquisita in Bulgaria e dall'acquisizione degli atti relativi ai vari procedimenti incardinati in varie parti d'Italia, relativi ai reati contro il patrimonio commessi dai minori. Successivamente erano state acquisite le dichiarazioni di una minore, vittima dei reati, Z.G., che aveva trovato il coraggio di ribellarsi a coloro che la sfruttavano. Riteneva il Tribunale del riesame, che dalle dichiarazioni raccolte emergesse con evidenza la sussistenza del delitto di riduzione in schiavitù previsto dall'art. 600 c.p. sia per il metodo di reclutamento, addestramento e sfruttamento, sia per lo stato di soggezione continua in cui erano tenuti detti minori.

Rilevava ancora che i risultati delle investigazioni difensive prodotte, consistenti in dichiarazioni raccolte in Bulgaria dal difensore, fossero del tutto inutilizzabili perchè prive del crisma di legalità che ogni attività all'estero deve avere e cioè dell'uso dello strumento della rogatoria internazionale; inoltre le persone escusse erano tutte anche indagate nel presente procedimento, mentre il difensore si era limitato a chiedere loro se erano sotto processo, ricevendone risposta negativa, e procedendo alle domande senza il rispetto dell'art. 391 bis c.p.p., comma 5.

Tanto premesso il Tribunale rilevava che non sussistevano i gravi indizi del reato di riduzione in schiavitù, qualora fosse risultato che le vittime erano maggiorenni, mentre sussistevano per tutti gli altri . In particolare K. e P. da un lato e M. e Z. dall'altro risultavano essere custodi delle minorenni sfruttate, risultavano essere entrati insieme nel territorio italiano, pur non avendo tra loro alcun vincolo parentale, risultavano essere coloro che andavano a ritirare le minori, quando venivano fermate in occasione dei furti, e, infine, erano stati riconosciuti dal collaboratore S.. Quanto alle esigenze cautelari rilevava che sussistevano tutte quelle individuate dal GIP, cioè sia il pericolo per l'acquisizione della prova, visto lo stato di soggezione delle vittime, sia il pericolo di fuga, sia il pericolo di recidiva specifica. Contro la decisione presentavano ricorso tutti gli indagati e deducevano:

- erronea applicazione della norma sostanziale di cui all'art. 600 c.p., avendo ritenuto che qualora le vittime del reato fossero provatamente minorenni il reato sussisteva, mentre se erano maggiorenni non sussisteva; la minore età della vittima era solo un'aggravante del reato e non ne era un elemento costitutivo, per cui l'argomentazione utilizzata determinava la manifesta illogicità della decisione;

- mancanza di motivazione in relazione ai singoli capi di imputazione, soprattutto in relazione ai furti, essendosi limitata l'ordinanza a motivare sulla sussistenza dell'associazione a delinquere;

- mancata assunzione di una prova costituita dalla prova documentale della maggiore età delle presunte sfruttate, e dalla prova documentale della sussistenza di precisi legami familiari tra gli accusati, infatti K. e P. sarebbero madre e figlio e così M. e Z.;

- inosservanza di norme processuali, per aver dichiarato inutilizzabili i risultati delle investigazioni difensive, mentre l'art. 391 bis c.p.p. non poneva alcuna preclusione allo svolgimento di attività difensiva all'estero, la certificazione del difensore che l'atto era conforme al contenuto delle dichiarazioni acquisite faceva fede fino a querela di falso, non era previsto per i difensori l'accesso alla procedura della rogatoria, la mancanza di sanzioni per dichiarazioni mendaci nulla toglieva alla storicità dell'atto, non corrispondeva al vero che non si erano rispettate le formalità di cui all'art. 391 bis c.p.p., comma 5;

travisamento del fatto per aver ritenuto che già in relazione ad altre posizioni processuali era stato ravvisato il delitto associativo e nell'aver omesso di verificare in relazione ai singoli indagati se sussistevano i gravi indizi di colpevolezza, mancando completamente i riscontri costituiti dalle dichiarazioni delle presunte persone offese. La Corte ritiene che i ricorsi debbano essere dichiarati inammissibili.

In relazione alla inutilizzabilità delle investigazioni difensive deve rilevarsi che la stessa discende dai principi generali del codice di procedura penale e, pur non essendo esplicitamente affermato che il difensore non può recarsi all'estero a svolgere dette investigazioni, discende dall'ordinamento tale divieto, essendo evidente che, ai fini dell'utilizzabilità di atti compiuti all'estero, per tutte le parti processuali, deve essere esperita la procedura prevista dal codice in materia di rogatorie. Poichè non è prevista la possibilità per il difensore di ricorrere alla rogatoria all'estero, ne discende che tale tipo di atto non è esperibile dal difensore mediante la disciplina prevista dall'art. 391 bis c.p.p. ed egli ha l'obbligo di passare attraverso la richiesta al P.M. o al GIP, affinchè costoro attivino la procedura della rogatoria internazionale. D'altronde, tramite le indagini difensive non è esperibile ogni tipo di atto" il legislatore ha limitato l'oggetto delle indagini all'assunzione di dichiarazioni, alla richiesta di documentazione, all'accesso ai luoghi, ma ad esempio non ha previsto la possibilità di effettuare accertamenti tecnici irripetibili, in relazione ai quali il difensore ha l'obbligo di inoltrare richiesta al P.M..

Gli altri motivi di ricorso contestano la ricostruzione degli elementi di fatto operata dal Tribunale del riesame e pertanto non sono consentiti in sede di legittimità. La contestazione inerente all'età delle persone offese è contraddittoria in quanto da un lato si considera errato il ragionamento effettuato dal Tribunale di considerare l'età delle persone offese scriminante, e dall'altro si chiede di valutare che anche altre persone offese sono maggiorenni.

In realtà l'ordinanza non si limita ad affermare che il reato sussiste solo nei confronti di persone minori, ma afferma che in caso di minorenni il reato risulta provato dalle modalità di sottrazione alle famiglie, dall'utilizzo per commettere furti con la garanzia dell'impunità, circostanze che nell'ipotesi di maggiorenni e nel caso che non siano provate attività di violenza fisica e psichica, impediscono di confermare i gravi indizi posti alla base della misura cautelare. Quanto alle prove dell'esistenza di legami familiari tra gli indagati si tratta di questioni di fatto che l'ordinanza ha escluso e pertanto non può essere ripresentata in sede di legittimità.

Infine contrariamente a quanto affermato nei motivi di ricorso i gravi indizi di reato a carico degli attuali indagati non sono individuati con un richiamo per relationem a un'ordinanza riguardanti altri indagati, ma tramite l'individuazione di precise fonti di prova, quali le dichiarazioni ed i riconoscimenti effettuati da S., i risultati delle intercettazioni e le dichiarazioni di una delle vittime e su tali elementi i motivi di ricorso sono aspecifici.

I ricorrenti devono essere condannati in solido al pagamento delle spese processuali e ciascuno della somma di Euro 500,00 alla Cassa delle ammende.

P.Q.M.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento in solido delle spese processuali e ciascuno della somma di Euro 500,00 alla Cassa delle ammende.

Dispone trasmettersi a cura della Cancelleria, copia del provvedimento al Direttore dell'Istituto Penitenziario ai sensi dell'art. 94 disp. att. c.p.p., comma 1 ter.

Così deciso in Roma, il 29 maggio 2007.

Depositato in Cancelleria il 19 giugno 2007

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