Cass. civ. Sez. III, 04-02-2002, n. 1439 - Distinzione tra rinuncia discrezionale a talune domande oggetto del giudizio ex 184 c.p.c. e rinuncia agli atti del giudizio ex art. 306 c.p.c. . Non necessarietà di consenso in caso di rinuncia ad alcune domand

 

Cass. civ. Sez. III, 04-02-2002, n. 1439 - Distinzione tra rinuncia discrezionale a talune domande oggetto del giudizio ex 184 c.p.c.  e rinuncia agli atti del giudizio ex art. 306 c.p.c. . Non necessarietà di consenso in caso di rinuncia ad alcune domande di giudizio. Esercizio del diritto di difesa.

 

Motivi della decisione

1) Come risulta dalle produzioni ex art. 372 c.p.c. della Fondazione intimata, in data 6 maggio 1999 il Consiglio di Amministrazione della Fondazione M. G. Barone alla unanimità di voti espressi come per legge ha deciso di costituirsi nel giudizio promosso dai Delli Carri Giuseppe e Domenico innanzi alla Corte di Cassazione (con il ricorso notificato il 1° aprile 1999) nominando difensori della fondazione stessa gli avv. Nicolò Lipari e Ercole di Biase e autorizzando il Presidente dott. Pio Barone a sottoscrivere il mandato ai predetti difensori.

Pacifico quanto precede e non controverso che il Presidente della fondazione ha ritualmente conferito, a margine del controricorso, mandato ai predetti difensori appunto in forza della sopra ricordata delibera del Consiglio di amministrazione è palese, "in limine", la manifesta infondatezza dell'eccezione svolta dalla difesa dei ricorrenti nel corso della discussione orale allorché ha lamentato il difetto di capacità della Fondazione per assenza di controlli di legge (deve ritenersi, ex art. 75 c.p.c., atteso il divieto di proporre, in sede di discussione ai sensi dell'art. 379 c.p.c., eccezioni mai sollevate in precedenza e per la verifica della cui fondatezza sono indispensabili accertamenti di fatto non compiuti in sede di merito perché non sollecitati).

2)Sempre "in limine" si osserva, peraltro, che notificato il ricorso il 10 aprile 1999, la Pia Fondazione Maria Grazia Barone ha notificato il proprio controricorso esclusivamente il 25 maggio 1999 [dopo un tentativo di notificazione non andato a buon fine in data 13 maggio 1999] e, quindi, ben oltre il termine di cui all'art. 370 c.p.c.

È palese, pertanto, che detto controricorso deve essere dichiarato inammissibile.

3) Come accennato in parte espositiva i giudici del merito - per quanto ancora rilevante al fine del decidere - hanno, "in primis", pronunziato la risoluzione del contratto di affitto "inter partes" per grave inadempimento della parte conduttrice per avere stabilmente mutato la destinazione del fondo voluta dal concedente avendo la stessa messo a coltura gran parte del terreno concesso in affitto e destinato a pascolo.

4) Con il primo motivo i ricorrenti censurano tale capo della pronunzia impugnata denunziando, da un lato la decisione siccome "ingiusta", dall'altro, la violazione dell'art. 10 della L. 11 febbraio 1971, n. 11 (nonché) degli artt. 5 e 16 della L. 3 maggio 1982, n. 203, in riferimento all'art. 360, n. 3 e n. 5, c.p.c.".

5) La deduzione è infondata, sotto tutti i molteplici profili in cui si articola.

5 gennaio Quanto, "in primis", alla lamentata "ingiustizia" della decisione impugnata per avere questa confermato la "risoluzione del contratto d'affitto per grave inadempimento, ritenuta dai giudici di primo grado in riferimento alla trasformazione dei terreni maranosi in seminativi", la censura è manifestamente inammissibile.

Deve ribadirsi, infatti, al riguardo - in conformità a una giurisprudenza più che consolidata di questa Corte regolatrice e dalla quale prescinde totalmente parte ricorrente - che la denunzia di "ingiustizia" (o di "manifesta ingiustizia") della sentenza è inammissibile in sede di legittimità, configurando un vizio della pronuncia gravata non deducibile con tale mezzo di impugnazione.

Infatti, ove la pronunzia adottata dal giudice di merito sia conforme alle norme di diritto, il controllo di legittimità è meramente formale, limitato alla presenza di una motivazione e alla verifica che essa sia sufficiente a sorreggere il "dictum" adottato e priva, al suo interno, di vizi logici, cioè non contraddittoria, totalmente prescindendo dal rispetto della "giustizia" (Cass., 9 ottobre 2000, n. 13399).

Ne deriva, come assolutamente pacifico in giurisprudenza, che sono inammissibili, i motivi del ricorso per Cassazione che si limitino a denunciare la ingiustizia della decisione senza svolgere un "iter" argomentativo diretto a confutarne la fondatezza giuridica (Cass., 5 agosto 2000, n. 10324).

5.2 Sotto il profilo di cui all'art. 360, n. 3, c.p.c. i ricorrenti denunciano la sentenza gravata per l'interpretazione riduttiva data dalla stessa all'art. 10 della L. 11 febbraio 1971, n. 11, sia alla luce di quanto affermato da autorevole dottrina, secondo la quale non sussiste mutamento della destinazione economica allorché l'affittuario continui a utilizzare il fondo per scopi agricoli, sia in considerazione di quanto in più occasioni affermato da questa Corte regolatrice.

L'assunto è manifestamente infondato.

Ancorché nel passato non siano mancate pronunzie, di questa Corte regolatrice, che parrebbero confermare l'assunto di parte ricorrente, osserva il Collegio che la più recente giurisprudenza è fermissima nel ritenere che in materia di contratti agrari la unilaterale non autorizzata trasformazione del fondo da parte dell'affittuario concreta un inadempimento che giustifica la risoluzione del rapporto agrario ai sensi dell'art. 5 della L. 3 maggio 1982 n. 203, quando modifichi l'originario mutamento colturale del fondo.

La libertà di iniziativa, di organizzazione e di gestione attribuita all'affittuario dall'art. 10 della legge 11 febbraio 1971, n. 11 e dall'art. 16 della legge n. 203 del 1982, infatti, trova limite nell'obbligo di conservare la struttura funzionale e la destinazione economica del fondo voluta dal concedente, come è reso palese anche dall'art. 5 della legge n. 203 del 1982, che espressamente ricollega il concetto di gravità dell'inadempimento alla conservazione del fondo. (In termini, ad esempio, Cass., 9 aprile 1997, n. 3085, che ha confermato la decisione di merito che aveva ritenuto che il limite del rispetto dell'originario ordinamento colturale del fondo era da considerarsi violato per avere il conduttore trasformato l'originaria azienda cerealicola, zootecnica in azienda a monocoltura).

La libertà di iniziativa economica di cui gode l'affittuario di fondo rustico (ai sensi dell'art. 10 della L. 11 febbraio 1971, n. 11) - si è precisato sempre al riguardo in altre occasioni - non libera quest'ultimo dall'obbligo di conservare la struttura funzionale e la destinazione economica del fondo, voluta dal concedente, e di astenersi, perciò, dall'infrangere le regole della fedele esecuzione del contratto, dallo sconvolgere l'economia del rapporto e dal ledere l'interesse del concedente, che, nel caso di non autorizzata modificazione colturale, non è necessariamente legato all'entità del reddito ricavabile, ma può anche dipendere ed essere apprezzato, anche ai fini della valutazione della gravità dell'inadempimento dell'affittuario, dagli altri vantaggi che il concedente ritrae dal mantenimento delle precedenti colture, dal maggior costo dell'onere di pagamento delle migliorie che su di questo grava e da ogni altro possibile fattore incidente sul rapporto fiduciario (Cass., 24 febbraio 1994, n. 1885).

Sempre in questa ottica si è affermato, appunto, che in materia di contratti agrari, anche la unilaterale e non autorizzata trasformazione del fondo da parte dell'affittuario può concretare un inadempimento che giustifica la risoluzione del rapporto agrario, ai sensi dell'art. 5 della L. 3 maggio 1982, n. 203, quando modifichi l'originario ordinamento colturale del fondo, perché la libertà di iniziativa, di organizzazione e di gestione, attribuita all'affittuario del fondo rustico dall'art. 10 della L. 11 febbraio 1971, n. 11, e dall'art. 16 della stessa legge n. 203 del 1982 ha limite nella esigenza di conservazione non solo della generica destinazione agricola del fondo ma anche della sua originaria configurazione colturale, così come è reso manifesto, oltre che dalle norme del codice civile (artt. 1615, 1618 c.c.), dall'art. 5 della legge n. 203 del 1982 citata che espressamente ricollega il concetto di gravità (dell'inadempimento) alla conservazione del fondo (Cass., 8 maggio 1993, n. 5321, che ha confermato la decisione del merito che aveva ritenuto che il limite del rispetto dell'originario ordinamento colturale del fondo era da considerarsi violato dalla sostituzione della maggior parte degli alberi da frutta del fondo con piante ornamentali, molte delle quali in vaso).

Pacifico quanto precede e non controverso che i giudici del merito si sono puntualmente attenuti ai principi di diritto sopra riferiti (conformi ad una giurisprudenza pressoché consolidata, cfr., infatti, tra le tantissime, Cass., 26 aprile 1990, n. 3508; Cass., 21 giugno 1988, n. 4245; Cass., 18 giugno 1987, n. 5366; Cass., 24 febbraio 1986 n. 1134; Cass., 29 agosto 1984, n. 4174), è evidente che il motivo di ricorso in esame deve essere rigettato.

5.3 Né, ancora, al riguardo, può seguirsi l'assunto di parte ricorrente e in forza del quale deriverebbe, dall'art. 16 della L. 3 maggio 1982, n. 203, il diritto del conduttore di procedere alla trasformazione dell'ordinamento produttivo del fondo, purché sia rispettata la destinazione agricola del fondo.

È sufficiente, al riguardo, considerare che la previsione di cui al comma 1 dell'art. 16 della legge n. 203 del 1982 (secondo la quale, in particolare, "ciascuna delle parti può eseguire opere di miglioramento fondiario, addizioni e trasformazioni degli ordinamenti produttivi e dei fabbricati rurali, purché le medesime non modifichino la destinazione agricola del fondo e siano eseguite nel rispetto dei programmi regionali di sviluppo oppure, ove tali programmi non esistano, delle vocazioni colturali delle zone in cui è ubicato il fondo"), contrariamente a quanto invocano i ricorrenti, non può essere estrapolata dal contesto in cui è inserita e, in particolare, applicata separatamente dalle previsioni di cui ai commi 2 e seguenti dello stesso art. 16.

Dispone, infatti, il comma 2, di detto art. 16, che "la parte che intende proporre la esecuzione delle opere di cui al primo comma, in mancanza di un preventivo accordo deve comunicare all'altra parte e all'ispettorato provinciale dell'agricoltura...".

Pacifico quanto precede e non controverso in linea di fatto, da un lato, che il contratto "inter partes" espressamente vietava alla parte conduttrice di realizzare opere di miglioramento [e, al riguardo, sono irrilevanti eventuali "accordi" successivi alla realizzazione delle opere vietate, certo essendo che la norma positiva vuole che un eventuale accordo sia "preventivo"], dall'altro, che senza ombra di dubbio i pretesi miglioramenti sono stati tutti eseguiti senza l'intervento dell'ispettorato provinciale dell'agricoltura, è di palmare evidenza la non riferibilità, alla presente fattispecie, dell'art. 16 della L. 3 maggio 1982, n. 203.

5.4 Parimenti non pertinenti, al fine del decidere, si appalesano le ulteriori considerazioni svolte nel motivo e dirette a dimostrare che in realtà, a seguito della trasformazione dei pascoli in seminativi (arbitrariamente) operata dalla parte conduttrice la Fondazione ha acquisito un maggior reddito nonché un fondo avente un maggiore valore.

Giusta i principi fondamentali in materia l'affittuario ha il godimento delle cosa produttiva altrui e, pertanto, deve curarne la gestione in conformità della destinazione economica voluta dal proprietario (cfr., al riguardo, gli artt. 1615 e 1618 c.c.).

L'art. 5 della L. 3 maggio 1982, n. 203, ancora, sanziona con la risoluzione del contratto l'affittuario che sia venuto meno, tra l'altro, all'obbligo di "conservazione e manutenzione del fondo medesimo", mentre sia l'art. 11 della legge 11 febbraio 1971, n. 11, sia l'art. 16 della legge 3 maggio 1982, n. 203, fanno divieto al conduttore - ove faccia difetto un "preventivo" accordo con la parte concedente o l'intervento dell'Ispettorato dell'agricoltura - non solo di compiere opere che deteriorano il fondo, ma anche "miglioramenti, addizioni e trasformazioni".

È di palmare evidenza, pertanto, concludendo sul punto, che correttamente i giudici del merito, accertato l'inadempimento contrattuale della parte conduttrice, quanto all'obbligo di conservare il fondo nello stato in cui l'aveva ricevuto, sono pervenuti alla pronunzia di risoluzione del contratto, totalmente prescindendo dal valutare se per effetto dei più volte ricordati interventi il fondo avesse subito un incremento di valore, piuttosto che un decremento.

5.5 Sempre con il primo motivo, in riferimento all'art. 360, n. 5, c.p.c. i ricorrenti denunciano che i giudici del merito avrebbero mal valutato le risultanze di fatto, quali emergenti dall'esperita istruttoria (e in alcun modo contestate), allorché hanno ritenuto essi conduttori gravemente inadempimenti al contratto.

Si osserva, infatti, che nella specie, le risultanze in questione potevano-dovevano essere interpretate nel senso che l'ente concedente aveva autorizzato le trasformazioni di cui si discute e che, in ogni caso, l'accettazione di dazioni in denaro per penale, danni e aumento dei canoni d'affitto rapportati alla nuova realtà culturale erano tali da escludere l'esistenza di grave inadempimento contrattuale.

La censura, nella parte "de qua" è, per un verso inammissibile, per altro manifestamente infondata.

5.5.1 Giusta quanto assolutamente pacifico - presso una giurisprudenza più che consolidata di questa Corte regolatrice, che in questa sede non può che ulteriormente ribadirsi - in particolare, il vizio di omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione denunciabile con ricorso per Cassazione ai sensi dell'art. 360, n. 5, c.p.c. si configura solo quando nel ragionamento del giudice di merito sia riscontrabile il mancato o insufficiente esame di punti decisivi della controversia, prospettati dalle parti o rilevabili di ufficio, ovvero un insanabile contrasto tra le argomentazioni adottate, tale da non consentire la identificazione del procedimento logico giuridico posto a base della decisione.

Detti vizi non possono, peraltro, consistere nella difformità dell'apprezzamento dei fatti e delle prove dato dal giudice del merito rispetto a quello preteso dalla parte, perché spetta solo a quel giudice individuare le fonti del proprio convincimento e a tale fine valutare le prove, controllarne la attendibilità e la concludenza, scegliere tra le risultanze istruttorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, dare prevalenza all'uno o all'altro mezzo di prova (Recentemente, in tale senso, ad esempio, Cass., 21 marzo 2001, n. 4025 e Cass., 8 agosto 2000, n. 10417, specie in motivazione, nonché Cass., S.U., 11 giugno 1998, n. 5802 e Cass., 22 dicembre 1997, n. 12960).

L'art. 360, n. 5, c.p.c. - infatti - contrariamente a quanto suppongono gli attuali ricorrenti non conferisce alla Corte di Cassazione il potere di riesaminare e valutare autonomamente il merito della causa, bensì solo quello di controllare, sotto il profilo logico e formale e della correttezza giuridica, l'esame e la valutazione compiuti dal giudice del merito, cui è riservato l'apprezzamento dei fatti.

Ne deriva, pertanto, che alla cassazione della sentenza, per vizi della motivazione, si può giungere solo quando tale vizio emerga dall'esame del ragionamento svolto dal giudice, quale risulta dalla sentenza, che si rilevi incompleto, incoerente e illogico, non già quando il giudice abbia semplicemente attribuito agli elementi valutati un valore e un significato difformi dalle aspettative e dalle deduzioni di parte. (In questo senso, ad esempio, Cass., 8 agosto 2000, n. 10414, specie in motivazione).

5.5.2 Anche a prescindere da quanto precede, comunque, non può non evidenziarsi la manifesta infondatezza della deduzione in esame, ove solo si consideri che è incontroverso, in causa, da una parte, che il contratto di affitto faceva espresso divieto di dissodare il terreno, prevedendo, anzi, in caso di violazione di tale obbligo, una penale a carico degli affittuari, dall'altro, che l'unica autorizzazione rilasciata dalla concedente Fondazione è contenuta nella lettera del 26 luglio 1969, da ultimo, che "la trasformazione di quasi tutto il terreno pascolativo... è avvenuta [senza alcuna autorizzazione] dal 1971 al 1985... ed è stata portata a termine addirittura nel corso del giudizio di primo grado".

Pacifico quanto sopra è palese che la circostanza che i conduttori abbiano provveduto al pagamento delle "penali" pattuite e che la Fondazione concedente abbia riscosso detti importi, lungi dal configurare una "sanatoria" della precedente condotta integra un espresso riconoscimento, da parte dei conduttori, di essere venuti meno agli obblighi contrattualmente assunti.

Né, ancora, è rilevante la circostanza che per effetto delle modifiche sia stato determinato un diverso canone, dovendo questo rispettare la situazione di fatto in cui si trova il fondo (cfr. artt. 9 e segg. della L. 3 maggio 1982, n. 203).

6) Con il terzo motivo, che per ragioni di ordine logico deve essere esaminato con precedenza, rispetto al secondo, i ricorrenti censurano la sentenza gravata denunciando "violazione degli artt. 2041 e 2042 c.c. in riferimento all'art. 360, n. 3, c.p.c." per avere i giudici del merito rigettato la domanda diretta al conseguimento dell'indennizzo "per tutti i miglioramenti eseguiti" sotto il profilo dell'indebito arricchimento dell'ente concedente sul rilievo - assorbente - che tale ultima azione non può collegarsi con un comportamento illecito, quale era quello degli affittuari, che avevano eseguito le trasformazioni senza il consenso di parte concedente.

Si osserva, infatti, da parte dei ricorrenti che l'inadempimento degli affittuari - i quali appunto in quanto inadempienti al contratto non potevano sollecitare la tutela di cui all'art. 17 della L. 3 maggio 1982, n. 203 - non giustifica affatto che la controparte si arricchisca dell'aumento di valore del fondo, per effetto di quella condotta vietata.

7) Il motivo non può trovare accoglimento.

Come osservato sopra, l'esecuzione di miglioramenti da parte del conduttore senza l'osservanza delle procedure prescritte dalla legge costituisce inadempimento contrattuale: detto inadempimento può anche integrare grave inadempimento, tale da giustificare la risoluzione del contratto di affitto per fatto del conduttore medesimo (cfr., ad esempio, Cass., 25 agosto 1989, n. 3778, nonché le numerose pronunzie ricordate sopra, in sede di esame del primo motivo).

Esaurendosi l'esecuzione dei lavori in questione nell'ambito del rapporto di affitto, è palese che in materia non è configurabile una azione di indebito arricchimento da parte del conduttore e a carico del concedente.

È sufficiente, del resto, al riguardo, considerare la stessa formulazione letterale dell'art. 2041 c.c. secondo la quale, in particolare, "chi, senza giusta causa, si è arricchito a danno di un'altra persona. Certo che nel caso concreto una causa del presunto arricchimento sussiste ed è costituito, appunto, dalla violazione degli obblighi contrattuali da parte dell'affittuario, è palese l'incompatibilità della previsione di cui all'art. 2041 c.c. con la presente fattispecie, come esattamente osservato dai giudici "a quibus".

8) Con il secondo motivo, infine, i ricorrenti denunziano "violazione degli artt. 184 e 306 c.p.c., in riferimento dell'art. 360, n. 3, c.p.c.", per avere i giudici del merito statuito che le deduzioni depositate in data 2 febbraio 1998 e con le quali controparte, con riferimento alla domanda di risarcimento danni per ritardato rilascio e per le inadempienze (così formulate: "allo stato in questa sede non insiste in detta domanda, che si riserva comunque di proporre in altra sede") integrano una rinuncia agli atti del giudizio.

9) Al pari dei precedenti il motivo non può trovare accoglimento.

Giusta quanto assolutamente pacifico presso una giurisprudenza più che consolidata di questa Corte regolatrice, occorre nettamente distinguere la rinuncia alla domanda o ai suoi singoli capi, rispetto alla rinunzia agli atti del giudizio.

In particolare, la rinuncia alla domanda, qualora si atteggi come espressione della facoltà della parte di modificare ai sensi dell'art. 184 c.p.c. (e dell'art. 420 c.p.c. per le controversie, come la presente, soggette al cosiddetto rito del lavoro) le domande e le conclusioni precedentemente formulate, rientra fra i poteri del difensore.

In tal guisa il difensore esercita la discrezionalità tecnica che gli compete nell'impostazione della lite e che lo abilita a scegliere in relazione anche agli sviluppi della causa la condotta processuale da lui ritenuta più rispondente agli interessi del proprio rappresentato.

Diversamente, la rinunzia agli atti del giudizio può essere fatta solo dalla parte personalmente o da un suo procuratore speciale nelle forme rigorose previste dall'art. 306 c.p.c., e non produce effetto senza l'accettazione della controparte (Cass., 7 marzo 1998, n. 2572, che evidenzia, ancora, come la rinunzia alla domanda si contrapponga, altresì, anche alla disposizione negoziale del diritto in contesa, che costituisce esercizio di un potere sostanziale spettante come tale alla parte personalmente o al suo procuratore munito di mandato speciale siccome diretto a determinare la perdita o la riduzione del diritto stesso).

In altri termini, la rinuncia a singoli capi della domanda rientra nella fattispecie di cui all'art. 184 c.p.c. (modifica della domanda) e non in quella di cui all'art. 306 c.p.c. (rinuncia agli atti del giudizio) e non richiede pertanto l'osservanza di forme rigorose (Cass., 10 aprile 1998, n. 3734; Cass., 30 gennaio 1998, n. 946; Cass., 28 gennaio 1995, n. 1047).

Non controverso, in diritto, quanto precede è palese che, nella specie, nonostante i termini impropri utilizzati da parte della sentenza gravata, si è a fronte a una rinunzia a un capo di domanda (e non di rinunzia agli atti del giudizio) per il perfezionarsi della quale non era affatto necessario né una manifestazione di volontà della parte rappresentata né l'accettazione della controparte.

Così corretta la motivazione della sentenza gravata, anche il secondo motivo di ricorso deve essere, in conclusione, rigettato (cfr. art. 384, comma 2, c.p.c.).

10) Risultato totalmente infondato il proposto ricorso, in conclusione, deve rigettarsi, con condanna dei ricorrenti, in solido, al pagamento delle spese di questo giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo, tenuta presente la inammissibilità del controricorso per tardività (cfr. art. 370, comma 1, c.p.c., ultima alinea).

 

Sei qui: Home Aree di attività Diritto del Lavoro Novità Giurispridenziali Cass. civ. Sez. III, 04-02-2002, n. 1439 - Distinzione tra rinuncia discrezionale a talune domande oggetto del giudizio ex 184 c.p.c. e rinuncia agli atti del giudizio ex art. 306 c.p.c. . Non necessarietà di consenso in caso di rinuncia ad alcune domand